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Riceviamo e pubblichiamo, condividendola pur nelle virgole, questa tragica ma veritiera sintesi di quello che si prospetta l’ennesimo grande scempio del nostro già martoriato territorio.

di Luigi Piccioni – ricercatore Dipartimento Economia e Statistica Univ. della Calabria

“Leggo sui giornali una notizia da raccapriccio, che ai miei occhi fa il pari per gravità con quella di dicembre riguardante il sacrificio dello storico Parco Nazionale dello Stelvio sull’altare delle personalissime sorti di Silvio Berlusconi.

Con mossa bi, tri, quadri, omnipartisan – mi spiegano le gazzette – si è battezzato nientemeno che a Palazzo Chigi (Protocollo d’intesa) un faraonico progetto di attrezzamento sciistico del bacino Ovindoli-Campo Felice, da estendere anche a Campo Imperatore. Si tratta – per chi non le conoscesse – di tre stazioni sciistiche abruzzesi di dimensioni relativamente piccole, distanti in linea d’aria forse qualche decina di chilometri, due piazzate dentro il Parco Regionale Velino-Sirente, una dentro il Parco Nazionale del Gran Sasso. Sono vecchie stazioni piuttosto isolate tra loro, che fanno un danno relativo proprio perché isolate e perché alla fin fine sono state martoriate negli ultimi anni da un’ormai endemica scarsità di neve e da una crisi della domanda aggravata dalle vicende economiche degli ultimi due anni. Capacità di espansione, insomma, minima se non nulla.

Ciononostante leggo che Gianni Letta, il mitico sindaco democratico dell’Aquila Cialente, il chiacchierato presidente della Regione Chiodi e nientepopodimeno che i responsabili dei relativi Enti Parco firmano questo progetto fantascientifico, magnificandolo come occasione irripetibile per uscire dal dramma del terremoto. Come sempre, aria fritta, fumo negli occhi: le zone che secondo i loro dubbi calcoli dovrebbero beneficiare dell’impresa non sono state – di fatto – colpite dal terremoto mentre i soldi per ricostruire L’Aquila (la vera emergenza abruzzese, che però è ormai solo un castello pieno di spettri) non si sono trovati e com’è noto da tempo non si troveranno mai più. Duecento milioni per una tipica roba da “cricca”, semplice e redditizia, si sono trovati invece a tamburo battente.

Potrete dirmi: e a te che te ne frega? E a noi che ce ne frega?

Beh, solo per spiegarmi un po’: per decenni ho sostenuto la sfida di un diverso sviluppo della montagna abruzzese, uno sviluppo autocentrato, sostenibile, basato sulle aree protette, su un turismo dolce, consapevole ed economico, sulle cooperative di giovani, sulla promozione delle straordinarie specificità locali. Era la grande sfida degli anni ’70, quella della CGIL e del Parco Nazionale d’Abruzzo, delle forze progressiste, di Italia Nostra, del WWF e del Cai. Allora c’ero, e l’ho sostenuta. Poi, in seguito, l’ho ricostruita e l’ho raccontata con passione e orgoglio, anche all’estero. Era la storia dell’Abruzzo regione dei parchi, di ARVE, di APE. Una storia d’avanguardia, una grande sfida.

Beh, ora le gazzette non fanno che confermarmi: tutta carta straccia, tutto inutile, solo sciocche illusioni, fantasmi di sognatori stupidi e anche un po’ pericolosi.

L’ipotesi di sviluppo omni-partisan firmata a Palazzo Chigi sancisce infatti il puro e semplice ritorno a quaranta anni fa, alle scorciatoie economiche più banali e rapaci, a modelli ambientalmente devastanti, centralistici e di redditività ormai assai più che dubbia. Una pagina che credevamo di essere riusciti a voltare per sempre. E invece no, piuttosto, il contrario: sono “loro” che ci hanno “voltati” a noi.

Me ne frega quindi perché è una mia sconfitta, durissima: è la mia terra, sono i miei sogni, il mio vissuto, le mie speranze che vanno in fumo. E continuo – forse ingenuamente – a pensare che non sia una sconfitta che tocca solo me.

Vedo anzi già – e lo vedo molto bene – il sindaco di questo o di quel paese o il presidente di questa o quell’area protetta che mi addita al ludibrio del popolo come nemico del progresso e affamatore dei poveri giovani locali. Che però le loro siano scelte che erano già condannate dalla storia quando l’Italia era ancora un paese affluente e non devastato e impoverito come oggi, questo al popolo e ai giovani locali non c’è nessuno che glielo andrà a dire. Come nessuno andrà più a dire loro, nell’Italia di oggi, che forse un altro sviluppo delle aree montane è possibile, forse persino economicamente migliore di quello magnificato dagli omnipartisan raccolti all’ombra delle lobbies affaristiche di Palazzo Chigi. E sicuramente più carico di futuro, perché senza rispetto dell’ambiente oggi sappiamo assai meglio di quarant’anni fa che non c’è futuro per nessuno.”

SE NON ORA QUANDO?

Tempo di esserci tutte e tutti

Vogliamo un paese che rispetti le donne

Domenica 13 febbraio

Vi aspettiamo in Piazza Sacro Cuore a Pescara

alle ore 10,30 

La manifestazione prevede:

  • interventi artistici, musicali e performance coordinate dalle associazioni Gruppo Alhena, MagLab e Circo della Luna.
  • invito a tutte le donne a scrivere i loro pensieri e desideri (“sono qui per …”) che verranno affissi sui lati dei gazebo.
  • SILENT FLASH MOB alle h 12.00: Tutte e tutti ci disponiamo al centro della strada, spalle alla stazione, fermi e dritti, ci bendiamo gli occhi con sciarpa o foulard e a un segnale iniziamo a camminare in ogni direzione con passi lenti come i ciechi. Alla fine della musica ci fermiamo e ci sciogliamo il foulard e lo lanciamo in aria con molto slancio. Poi tutti si disperdono.
  • intervento musicale della cantautrice Sandra Ippoliti.
  • interventi, letture e recital delle donne del coordinamento regionale “se non ora, quando?”

I lavori della filovia vanno avanti, nonostante le denunce, i procedimenti in corso, le problematiche connesse al tracciato e al mezzo che sarà utilizzato.

Ora, dalla lettura delle carte, viene alla luce un altro problema di non poco conto.

I lavori in corso d’opera non tengono conto della prescrizione tecnica imposta dalla stessa ditta costruttrice del mezzo (APTS) per garantire il corretto rotolamento del filobus.  Infatti il mezzo prescelto (Phileas) richiede, per il suo peso rilevante, il consolidamento del sottofondo stradale con basamenti di calcestruzzo indispensabili a preservare il manto d’asfalto dai sicuri avvallamenti prodotti dal passaggio delle ruote, che avverrà sempre sulle medesime corsie di transito, in entrambi i sensi di marcia del percorso dedicato, per l’effetto rotaia simulato dalla guida magnetica vincolata in dotazione.

I lavori che si stanno eseguendo invece prevedono la realizzazione di scavi per il solo posizionamento della condotta, poi rifiniti con bitume dello spessore di circa 10 centimetri, mantenendo inalterato il resto della carreggiata il cui sottofondo, privo della necessaria fondazione, esporrà la stessa ad inevitabili cedimenti dopo un limitato numero di passaggi del rotabile.

Nel merito, è utile rammentare che nel contratto d’appalto non è indicata alcuna voce di spesa in ordine alla realizzazione delle fondazioni nel sottofondo stradale, come rilevato e correttamente eseguito in altri progetti similari in corso d’opera. Per esempio a Bologna dove si sta realizzando un’opera di trasporto pubblico a trazione elettrica che utilizzerà un mezzo similare al Phileas (Civis), l’impianto ha comportato lo smantellamento delle strade con la rimozione del materiale di copertura per oltre 50 cm e il riempimento con uno spesso strato di calcestruzzo e di asfalto così come indicato dalle specifiche tecniche realizzative dell’APTS.

Tutti gli interrogativi relativi a quanto sopra sono stati sollevati da una interrogazione urgente del consigliere Camillo D’Angelo (PD) che chiede di conoscere fra l’altro:

-se il Sindaco e gli uffici tecnici sono a conoscenza della problematica;

-se l’Amministrazione ha definito con la Regione e la GTM un protocollo d’intesa da cui risulti in modo inequivocabile che si dovrà far carico degli oneri di manutenzione;

-per quale motivo la Società aggiudicataria della gara, ad oggi, non risulta abbia posto alcun problema sull’inadeguatezza dello stato strutturale della Strada Parco;

-se le risorse finanziarie dell’Ente consentiranno i lavori di manutenzione sopra detti.

Ancora una volta è evidente l’elevato grado di approssimazione della GTM nella gestione delle procedure e l’assenza di controllo dell’Amministrazione del Comune di Pescara.

Green news da Pescara

Oggi il Consiglio comunale di Pescara ha approvato all’unanimità due ordini del giorno (presentati da Maurizio Acerbo del PRC e Armando Foschi del PDL) che esprimono giudizio positivo sulla Legge regionale n.60/2010 che prevede l’ampliamento della Riserva Naturale Pineta Dannunziana di circa 29 ettari che, sommati ai 56 originari, portano a 85 ettari la superficie complessiva della Riserva ( nostro articolo del 16 gennaio). Si invita altresì il Sindaco e la Giunta a concludere la fase di predisposizione del Piano di Assetto Naturalistico tenendo conto del nuovo perimetro della Riserva.

Speriamo che questa decisione bipartisan metta fine alle polemiche di questi giorni tra consiglieri, costruttori e cittadini.

Pescara è una città invivibile, con tassi di inquinamento dell’aria e acustico da record nazionale ed europeo. Tutto ciò deriva dalla cementificazione della città in cui l’ampliamento delle aree edificabili è stato il vero scandalo che denunciamo da anni.

Pescara è una città grigia di cemento che ha bisogno di verde come non mai non solo per il benessere dei cittadini ma anche per accogliere i turisti.

Per una volta si attuano scelte a favore dell’ambiente quando solitamente queste rimangono sulla carta e vanno avanti solo le indicazioni favorevoli a pochi.

Noi siamo qui

In esclusiva le foto oscene del premier di Alessandro Robecchi

Nella settima potenza mondiale sono in vendita alcune fotografie del capo del governo desnudo che si intrattiene con alcune signorine desnude pure loro. Cribbio, ho detto, compriamole. Ho chiamato il direttore: quanto abbiamo in cassa? Settantadue euro e quaranta. Ho fatto una colletta tra i redattori, ho raccolto altri ventisei euro, quattro bottoni e due buoni pasto. Ho capito che noi del manifesto quelle fotografie, che costano un milione, non potremo averle. Come fare, allora, per mostrare all’Italia foto oscene del Presidente del Consiglio? Semplice, usiamo quelle che circolano già. E che sono ancora più oscene, se possibile. Tipo quella di Berlusconi a Onna (L’Aquila) che saluta i morti del terremoto vestito da partigiano per rimpannucciarsi un po’ di consenso, mentre già gli amichetti della cricca si spartiscono soldi e appalti. Oppure quella foto oscena del 2000 (disponibile anche il video a Porta a Porta) in cui Berlusconi Silvio dice che “appena potrà” andrà a “incontrare papà Cervi”, che però, irrispettosamente, era morto da trent’anni. O ancora si potrebbe pubblicare la foto (c’è il video pure qui) di Silvio Berlusconi che mima una mitragliata a una giornalista russa, accanto all’amico Putin, presidente di un paese dove i giornalisti vengono mitragliati sul serio. Oscenissima. O ancora, ci sarebbe la foto di quando Silvio Berlusconi diceva seriamente (2003)  che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”. E via via fino ai giorni nostri: fotografie oscene di Berlusconi ne esistono migliaia, entrarne in possesso non è per niente difficile, se giornali e tivù le vogliono possono chiamare qui, gliele spediamo gratis. E poi c’è la più oscena di tutte le fotografie: l’immagine, a colori, in alta definizione, di un  Paese che da vent’anni sopporta tutto questo, lo difende, lo assolve, lo ammira. Un paese che lascia la sua dignità al guardaroba e si siede in platea, pronto alla spettacolo, aggiustandosi con piccoli tocchi delle dita le grandi fette di prosciutto sugli occhi.(Il Manifesto del 6 febbraio 2011)

BENI COMUNI

LAVORO E AMBIENTE, L’INCONTRO TRA I DUE ”GRANDI SFRUTTATI” di Ugo Mattei dal Manifesto del 23 gennaio 2011      
Intorno al workshop «Democrazia e beni comuni: tra crisi ecologica e riconversione produttiva per un nuovo modello di sviluppo» si è articolata a Marghera una ricca discussione che ha tratto spunto da due relazioni introduttive affidate a Beppe Caccia e Guido Viale. I lavori hanno prodotto un’ottima sintesi nella dialettica fra la dimensione teorica e quella pratica del percorso che sui beni comuni si sta compiendo in Italia. La principale novità politica emersa a Marghera si riscontra nel superamento dello storico conflitto fra ambientalismo e movimento sindacale, un conflitto che da almeno trent’anni ha impedito alla ricetta rosso-verde di conquistare un’egemonia politica. Infatti, a partire dai primi classici dell’ambientalismo militante, basti pensare alla «Primavera Silenziosa» di Raquel Carson , la convivenza in occidente fra le esigenze del lavoro e quelle dell’ambiente è stata piuttosto difficile. Nel discorso dominante, le esigenze della tutela ambientale sono interpretate come limitative dell’attività di impresa, sicché in un paradigma che pone al centro la crescita quantitativa, il lavoro non poteva che schierarsi con quest’ultima propro contro l’ambiente. Le trasformazioni globali dei processi produttivi sembrano strutturare a livello globale proprio quel conflitto, nella misura in cui il capitale, nella sua corsa a margini di profitto sempre più alti sceglie come luoghi dell’investimento proprio quelle piazze in cui la protezione ambientale è più debole. Con l’emigrazione del capitale cresce il tasso di disoccupazione e cresce quindi, anche al centro ed in semiperiferia, la pressione per ridurre i limiti allo sfruttamento della natura e del lavoro.
In Italia la consapevolezza di questa dinamica è stata acquisita con brutalità inusitata proprio a partire dalla ristrutturazione del rapporto fra capitale e lavoro tentata dalla Fiat a Pomigliano e poi a Mirafiori. Forse inaspettatamente questo drammatico episodio, oltre a produrre un appiattimento dei sindacati collaborazionisti sulla visione egemonica dominante ha prodotto un fenomeno controegemonico nella decisione della Fiom di resistere intorno alla piattaforma del lavoro come «bene comune». Ed è stata dunque propro questa nuova fondamentale nozione teorica, ancora nebulosa nei suoi contorni, ma già capace di fondare un discorso ed un linguaggio comune alle più diverse esperienze di lotta, ad aver creato il terreno di incontro fra lavoro ed ambiente, i due «grandi sfruttati» del modello di sviluppo dominante. I beni comuni, infatti, non sono mera categoria merceologica ma momenti concreti di consapevolezza politica capace di emergere soltanto nella lotta. Una lotta appunto volta al raggiungimento di un nuovo modello di sviluppo, capace di marginalizzare la dimensione avidamente quantitativa a favore di una visione qualitativa fondata sulla giustizia ecologica e sulle necessità di riconversione tanto produttiva quanto, soprattutto, culturale. Infatti, sebbene il modello di sviluppo globale dominante continui a essere proposto con protervia irresponsabile attraverso tutto l’occidente (ed imposto al Sud), è oggi chiaro alle avanguardie di tutto il mondo che ad esso bisogna far dichiarare fallimento per la salvezza stessa del nostro pianeta. Per farlo, occorre tuttavia che la riconversione del nostro modello di sviluppo, fondata sulla centralità dei beni comuni, sia capace di raggiungere egemonia a livello globale, trasformandosi in una nuova ideologia, fondata sull’emancipazione dell’ecologia dall’economia. Una sfida epocale, drammaticamente urgente, che richiede la capacità di ridurre ad unità e porre in comunicazione fra loro l’insieme variegatissimo delle pratiche di coloro che lottano per un mondo più bello e più giusto. A Marghera tale processo di recupero dell’egemonia sembra essere partito con il piede giusto.

 

venerdì 28 gennaio 2011 ore 17.30 Villa Comunale-Roseto

venerdì 28 gennaio 2011 ore 21- Sala del Consiglio comunale di PESCARA

sabato 29 gennaio 2011 ore 16.30- sede CGIL Avezzano

RIFONDAZIONE COMUNISTA presenta:

LA PESTE

di  Tommaso Sodano e Nello Trocchia

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4454_la_peste_trocchia_sodano.html

Non e’ questione di sacchetti e inceneritori, l’emergenza rifiuti in Campania è molto altro. Oro, come raccontava il pentito Nunzio Perrella, ma anche un sistema di potere alimentatosi a pane e camorra, che ha trovato nei rifiuti il nuovo grande affare. ‘Una peste’, secondo il giornalista Nello Trocchia e Tommaso Sodano, ex presidente della commissione ambiente del Senato, che hanno scritto un libro denuncia su 15 di scandali e sprechi: La Peste, appunto.

Nel 2003 Sodano ha denunciato irregolarità nel bando di gara che ha assegnato alla Fibe la costruzione dell’inceneritore di Acerra e alla societa’ madre, la Impregilo, la gestione del ciclo industriale dei rifiuti in Campania; da qui sono partite le inchieste sui vertici della Impregilo e sul governatore Antonio Bassolino.

La peste” non e’ solo la camorra, capace di offrire risposte e discariche alle amministrazioni del Nord, con il pattume tossico disseminato ovunque, spacciato come concime.

Come denuncia nell’intervista che chiude il libro il magistrato Raffaele Cantone: ‘La camorra, in qualche caso, é diventata persino un alibi per poter dire che questioni aperte non potevano essere risolte. Il crimine organizzato è stato spesso evocato per evitare di affrontare i problemi che emergevano. Non penso che quando si sono riempiti i consorzi di Lsu, lavoratori socialmente utili, c’entri la camorra’.

‘La Peste’ è un sistema consociativo, fatto di nomine e lottizzazione, dai consorzi al commissariato fino agli enti di controllo, come l’Arpac.

Oltre i rifiuti e la Campania, la Peste si espande come una vera epidemia fino a Roma e al cuore stesso dei palazzi del potere, rivelando che i rifiuti in Italia non si riciclano, ma i funzionari corrotti sì.

L’indagine che ha portato Tommaso Sodano a dover vivere sotto scorta ha mostrato infatti un sottobosco in cui si confondono criminali e politici, imprenditori e faccendieri.

Destra o sinistra non fa differenza: vince sempre il partito dei rifiuti, una classe dirigente che nella spazzatura affonda le sue radici e su di essa ha costruito imperi e carriere. Perché se c’è l’emergenza, ci sono i commissariamenti e i fondi pubblici. Ci sono gli appalti e i consorzi con tante assunzioni che poi diventano voti. E c’e’ persino chi si è tuffato nella monnezza con la pretesa di uscirne completamente pulito. Impresa, politica e l’ombra della massoneria. Uno scenario dove la camorra, spesso, gioca il ruolo della comparsa, ma funziona come pretesto per giustificare un decennio e mezzo di disastri ambientali e sprechi di risorse pubbliche.

Tommaso Sodano è stato presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Nel 2003 ha denunciato irregolarità nel bando di gara che ha assegnato alla Fibe la costruzione dell’inceneritore di Acerra e alla società madre, la Impregilo, la gestione del ciclo industriale dei rifiuti in Campania; da qui sono partite le inchieste sui vertici della Impregilo e sul governatore Antonio Bassolino. Nel 2008, dopo aver denunciato le connivenze fra camorra e politica nella gestione dei rifiuti in Campania, ha ricevuto minacce di morte ed è stato messo sotto scorta. Oggi è consigliere provinciale a Napoli, membro della direzione nazionale di Rifondazione e scrive su Il Fatto Quotidiano.


Tutti d’accordo nel chiedere lo stato di emergenza per il porto di Pescara (Amministratori e parti interessate).  Ma se le parole hanno ancora un senso “emergenza” vuol dire “circostanza imprevista” secondo il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli.

In realtà l’insabbiamento del porto canale con tutti i problemi che ne conseguono va avanti da moltissimi anni e nessuna Amministrazione ha mai dato una risposta definitiva.  Dobbiamo ricordare le cause che hanno portato il porto a vivere la condizione del “malato cronico”.

Il progetto del porto di Pescara fu partorito alla fine degli anni ottanta dalle menti del Genio Civile Opere Marittime di Ancona. Gli ingegneri erano certi che, grazie all’effetto “Venturi”, nel canale tra l’imboccatura del molo e la diga foranea, l’inquinamento ed i solidi sospesi venissero “risucchiati” verso il largo. Già nel 1996 furono segnalati i disastri provocati dalla realizzazione della diga foranea che, collocata davanti alla foce, da una parte ha spostato l’inquinamento del fiume sul litorale e dall’altra ha rappresentato una vera e propria trappola per i sedimenti trasportati dall’Aterno-Pescara. Nel settembre del 2000 il Comitato Porto di Pescara organizzò un convegno nel quale esperti qualificati del settore confermarono l’inadeguatezza di questa opera portuale prevedendo ulteriori danni con la costruzione del molo di levante. L’azione del Comitato riuscì a bloccare la realizzazione del molo di levante per ben 5 anni. Purtroppo fu poi inaugurato in pompa magna bipartisan nel 2005.

A completare poi l’attuale quadro clinico ci sono tonnellate di sedimenti fluviali inquinati che non si sa come smaltire: sedimenti che aumentano per lo sfruttamento selvaggio del fiume, sempre più inquinati  per la mancanza di un adeguato Piano di Tutela delle Acque, per la mancata bonifica della discarica di Bussi e per la mancata azione  di un Commissario ministeriale nominato ad hoc da cinque anni.

Ben vengano  allora tutte le discussioni e gli incontri  per cercare di risolvere il problema del porto ma nessuno dimentichi che se non si eliminano le cause della “malattia”  questa può solo peggiorare…più o meno lentamente.

Noi siamo qui

Invidia delle ruspe tunisine di Alessandro Robecchi

Confesso di aver provato invidia. Non per la generosità di tante giovani ragazze dispostissime a donare un organo, e poi dicono che i giovani sono egoisti! E nemmeno invidia per le seratine di Arcore, o per le buste di soldi, né per amici tanto fedeli (Lele, Emilio), né per la consigliera regionale in topless. No. Ho provato invidia per i tunisini che si portavano via con la ruspa la Ferrari di Ben Alì al grido: “Questi sono soldi nostri”. Succederà mai da queste parti? Ne avremo mai l’ardire, proveremo mai il brivido di considerare seriamente che troppe cose nostre ci sono state rapinate, avremo mai il coraggio di riprendercele? Non so se la dignità di un paese si possa spostare con la ruspa, ma insomma, sarebbe il caso di verificare. E la ricchezza esagerata allora? Costruita con aziende scippate con destrezza, con giudici corrotti alla bisogna, con leggi fatte apposta per favorirne l’espansione smisurata, non sarebbe roba nostra, o almeno un po’ meglio distribuita? E l’informazione, allora? Non sarebbe una cosa nostra quella parte di servizio pubblico che oggi scodinzola minzolinianamente? E la decenza, la decenza decapitata che vede ancora un anziano selezionatore di pupe alla guida di un telegiornale nazionale, non sarebbe anche quella una cosa da riprenderci con la ruspa? E i cattolici non dovrebbero riprendersi con la ruspa quei “valori” che il vecchio satrapo declama a gran voce quando gli fa comodo? E i militari non dovrebbero riprendersi la dignità calpestata da un premier che non va a salutare i caduti perché provato dalle notti bunga-bunga? No, ci dicono corsivisti, commentatori e sondaggi. Perché non c’è alternativa, dicono. Cioè non c’è nessuno capace di guidare una ruspa. E chiedere aiuto ai tunisini? Agli albanesi? Agli italiani che non spingono le figlie a vestirsi da infermiera, con il camice e sotto niente, solo le autoreggenti bianche per l’esprit del finesse del sultano? Mettiamo un’inserzione, facciamo un annuncio. Magari qualcuno si fa avanti, coraggio!  (Il Manifesto del 23-1-2011)

L’ACQUA NELL’URNA

La Corte Costituzionale ha ammesso due dei tre quesiti referendari proposti dai Movimenti per l’Acqua (il primo e il terzo). Con il primo sì, la Consulta ha accolto l’ipotesi di abrogare il nucleo centrale del Decreto Ronchi (art. 23 bis della Legge 133/2008) che obbliga i comuni ad affidare l’erogazione del servizio a società private o con capitale misto e almeno al 40% privato e che contemporaneamente dichiara decadute le attuali gestioni in house a meno che non mettano sul mercato il 40% del pacchetto azionario entro il 31 dicembre 2011 (per quelle “non conformi alla normativa europea” l’obbligo è scattato il 31 dicembre 2010). Con il secondo sì viene ammesso il quesito che  propone l’abrogazione della norma che prevede che sulla tariffa possa essere aggiunta dai gestori una percentuale (del 7% e oltre) come remunerazione del capitale investito (art. 154 del decreto legislativo 152/2006). Dal referendum resta fuori la possibilità di abrogare la legge che nel 2000 aveva introdotto i tre modelli di gestione del servizio idrico: pubblico, privato e in house. Ma se con il referendum non sarà più possibile trarre profitto dal servizio difficilmente i privati saranno ancora interessati all’affare!

La consultazione dovrebbe svolgersi una domenica fra il 15 aprile e il 15 giugno a meno che non vengano indette nuove elezioni politiche (in tal caso il referendum slitterebbe di un anno).

Lo slogan della campagna per la raccolta firme è stato “Fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua”. Ora abbiamo la possibilità di realizzare questi obiettivi ma per prima cosa dobbiamo portare alle urne circa 25 milioni di persone per puntare in sicurezza al 50% più uno dei cittadini con diritto di voto che la Costituzione prevede per abrogare una legge. Questo vuol dire che ogni persona che ha firmato per la richiesta di referendum dovrà convincere almeno 17 persone ad andare a votare e 9 di queste dovranno votare sì. Il problema è gigantesco ma nessuno di noi può sottrarsi a questo impegno per non perdere una grande occasione per rimettere qualcosa a posto, ricostruire un futuro di cui non vergognarsi.

Questo referendum può veramente diventare uno spartiacque decisivo rispetto a decenni di politiche di privatizzazioni, di attacco ai diritti sociali e del lavoro, di mercificazione dei beni comuni, che hanno costituito altrettanti pilastri del modello sociale neoliberista. Con questa consapevolezza, con la forza delle nostre idee e soprattutto con una mobilitazione massiccia e convinta…… ce la possiamo fare sul serio.

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