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di Marco Bersani (Attac Italia)

Quanto più si avvicina la primavera referendaria per la ripubblicizzazione dell’acqua, tanto più i poteri forti entrano nel panico. Chi ha paura dei movimenti per l’acqua, viene da domandarsi. Molti e diversi fra loro, è l’inevitabile risposta. Ne ha paura il governo che, con l’art. 23bis, ha tentato la definitiva consegna della gestione del servizio idrico nelle mani delle multinazionali e del capitale finanziario, ricavandone una ribellione diffusa e reticolare che ha prodotto il record di 1,4 milioni di firme in calce ai quesiti referendari.
Pronto a richiamarsi alla volontà del popolo ogni volta che il premier è in difficoltà, il governo sprofonda nell’incubo all’idea che finalmente il popolo possa davvero pronunciarsi, su un tema preciso e aldilà di ogni appartenenza partitica: ecco perché preferisce caricare sulla spesa pubblica altri 400 milioni di euro piuttosto che accorpare elezioni amministrative e voto referendario, come buon senso ed etica pubblica imporrebbero. Ne ha paura il Pdl, che ha appena chiamato – l’8 marzo a Roma – i propri amministratori locali per una giornata di studio sponsorizzata da Veolia, ovvero la più grande multinazionale dell’acqua, già famosa per le “efficienti” gestioni dell’acqua ad Aprilia, in Calabria, in Piemonte, Liguria ed Emilia. Ne ha paura la Lega Nord, che dovrà spiegare ai suoi sindaci e ai suoi elettori – molti firmatari dei quesiti referendari – come si concilia il federalismo con l’espropriazione di ogni possibilità di decisione da parte degli enti locali sulla gestione di un bene essenziale come l’acqua.
Ma anche nell’opposizione le fobie non mancano. A partire dalla segreteria nazionale del Partito Democratico, incapace ad oggi a prendere posizione a favore dei sì, perché ad una base, che in molti territori – più che benvenuta – si è impegnata nei banchetti di raccolta firme, continua a preferire i potentati locali che da oltre due decenni hanno costruito alleanze di potere fondate sulle Spa a capitale misto pubblico/privato. E che dire del vertice dell’Italia dei Valori che, dopo aver raccolto le firme su un proprio quesito sonoramente bocciato dalla Corte Costituzionale, non perde occasione per accreditarsi come promotore anche dei referendum sull’acqua, mettendoli tutti al servizio di una campagna politicista unicamente incentrata sull’antiberlusconismo?
Grande è il disordine sotto il cielo, si diceva una volta. Ma noi che abbiamo indirizzato lo sguardo al futuro preferiamo guardare a tutte quelle donne e quegli uomini che, indipendentemente dal loro punto di partenza, hanno deciso di camminare assieme per liberare l’acqua e la democrazia, realizzando un imponente percorso di partecipazione sociale dal basso e riuscendo ad imporre la gestione dell’acqua nell’agenda politica di questo Paese. Temono il voto sull’acqua perché rimetterebbe in discussione tutte le politiche liberiste di questi ultimi decenni e costringerebbe a discutere di un altro modello economico e sociale, fondato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e sulla gestione partecipativa delle comunità locali. Ma temono anche il riconoscimento di una nuova soggettività sociale che ha superato il binomio «espressione di un bisogno/delega al Palazzo» per farsi costruzione di un percorso di partecipazione collettiva dal basso che nel dire «fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua» afferma la necessità di un nuovo paradigma : su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti devono decidere. Sono le donne e gli uomini che il 26 marzo riempiranno di allegria e determinazione le strade e le piazze di Roma in una grande manifestazione nazionale. Sono le donne e gli uomini che dal giorno successivo esporranno da finestre e balconi migliaia di bandiere dell’acqua per sostituire dal basso l’informazione che dall’alto continua colpevolmente a latitare. Chi ha voglia di capire come sta cambiando il mondo, non ha che da seguirli. Per una volta ascoltandoli con rispetto. ( da Il Manifesto dell’11 marzo)

Referendum, ricorso contro la truffa di Alberto Lucarelli, Ugo Mattei da Il Manifesto del 9 marzo

Il dibattito sullo scandaloso rifiuto dell’election day ha sortito l’effetto di far emergere per un giorno sui principali media nazionali il fatto che i referendum verranno celebrati. Tale è stato il silenzio che ha accompagnato fin qui la nostra battaglia che ancora la scorsa settimana un esperimento su una classe universitaria di circa 200 studenti in giurisprudenza ci ha rivelato che soltanto dieci fra loro sapevano che si sarebbe votato sull’ acqua. Il cammino verso il quorum è davvero difficile, anche se la campagna sta cominciando a decollare. Il Comitato «2 sì per l’acqua bene comune», per esempio, ha approntato un bellissimo «kit dell’attivista», scaricabile dal web e contenente materiali e informazioni essenziali per diffondere il nostro messaggio. 
Presto inoltre saranno disponibili bandiere referendarie da appendere ai balconi, una forma di diffusione del messaggio estremamente importante nel silenzio assordante dei media. Da questo punto di vista, ci sembra che perfino le un po’ ambigue «invasioni di campo» di Di Pietro, che comunque gode di una visibilità mediatica che come movimento non abbiamo, abbiano comunque il pregio di far sapere che i referendum ci sono, cosa forse più utile, in questa fase, rispetto al rivendicarne la paternità.
Occorre continuare a governare la campagna elettorale accogliendo i contributi di tutti in un cammino che deve trasformarsi in una grande marcia capace di coinvolgere cittadini di ogni estrazione e credo politico. Il dibattito sull’election day e sui soldi sperperati al fine di far saltare il quorum ci ha mostrato che il popolo sovrano è ancora capace di indignarsi. Non possiamo accontentarci di aver sollevato politicamente la questione. Si tratta ora di dare veste giuridica ad un’istanza di ragionevolezza che coinvolge tutti e che non può non vincolare il governo. Che fare?
Forse ancora una volta quel grande bene comune nazionale che è la nostra Carta fondamentale può indicarci la via. Infatti, lo spreco non può essere parte di una discrezionalità politica e amministrativa. Quei 300 milioni potrebbero essere utilizzati per riparare i greti dei fiumi, evitando future catastrofi (con danni inestimabili). Ciò dimostra come la buona amministrazione abbia un potenziale moltiplicatore del valore dei denari pubblici che, come quei 300 milioni che vengono dalla fiscalità generale, appartengono a tutti i cittadini e non al ministro pro tempore. L’ art. 97 della Costituzione introduce il principio del «buon andamento e dell’imparzialità» della pubblica amministrazioine. In questa luce, sprecare 300 milioni è costituzionalmente ammissibile? Sprecarli poi per per un disegno di parte, quello di rendere invalido il referendum, è ancora più grave e dimostra la totale parzialità dell’azione amministrativa. Contro l’ammissibilità il governo si era infatti già costituito davanti alla Corte Costituzionale, esercitando una propria prerogativa. E lo abbiamo sconfitto. La Corte ha risposto che i referendum sono ammissibili, dando ragione a noi. Il governo non può adesso prendersi una rivincita extra ordinem, dilapidando denaro pubblico al solo scopo di evitare che il popolo sovrano si esprima secondo Costituzione. C’è una macroscopica violazione della struttura dell’art. 75, che contiene un favor nei confronti dell’espressione diretta della sovranità popolare. Insomma, la discrezionalità politico-amministrativa non si spinge fino al diretto e arbitrario contrasto con le scelte costituzionali vigenti.
Potremmo chiedere a Napolitano di intervenire, ma tirare troppe volte per la giacca la Presidenza della Repubblica non è politica saggia in una logica di responsabilità costituzionale. Ma non siamo senza rimedi. Il Comitato referendario è infatti un organo costituzionale dello Stato per tutta la durata del processo referendario. Può quindi sollevare di fronte alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato. Stiamo studiando la questione. 300 milioni di denaro pubblico valgon bene il rischio di questa partita, che comunque renderebbe ancora più chiara a tutti l’irresponsabilità di chi ci governa. Siamo pronti a tornare di fronte alla Consulta, perché si scrive acqua ma si legge democrazia.

É arrivata la risposta dell’Autorità di Vigilanza per i Contratti Pubblici a chiusura dell’istruttoria aperta qualche mese fa sulla legittimità del comportamento della GTM in materia di VIA e sulle eventuali discrasie procedurali inerenti agli atti di competenza degli Enti interessati alla realizzazione della filovia Pescara-Montesilvano. L’Autorità sembra rimettersi passivamente a tutto quello dichiarato dalla stazione appaltante e dalla Regione. Si è limitata a ripercorrere tutto l’iter procedurale che ha interessato l’intervento verificando che fossero stati rispettati tutti i passaggi degli Enti interessati e che esistessero i rispettivi pareri e/o autorizzazioni senza, però, entrare nel merito delle decisioni assunte che rappresentano l’oggetto della nostra istanza.

Va detto preliminarmente che l’AVCP non afferma in nessuna parte del documento che l’appalto è regolare e conforme alle leggi e che il progetto dovesse essere escluso dalla VIA.

Il problema è invece legato ai poteri dell’AVCP che – per intervenire – deve rilevare situazioni di macroscopica violazione di legge.

Ora stupisce che la GTM affermi che con il parere dell’AVCP sia stata consacrata la regolarità della procedura seguita, perché così non è. Restano infatti insolute nel merito, le risposte alle istanze avanzate alla stessa AVCP.

I dati di fatto oggi sono i seguenti: tutti gli enti intervenuti a vario titolo nel procedimento in questione hanno assunto delle decisioni censurabili sugli argomenti ambientali, non rilevati dall’AVCP per i limiti imposti dal Regolamento alle finalità istruttorie, che non consentono alla stessa di esprimere giudizi sui pareri resi dagli Enti preposti nell’esercizio delle loro funzioni.

La Commissione di Alta Vigilanza presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, “pur considerando il progetto alquanto carente nei riguardi degli studi ambientali nonché nella valutazione degli aspetti finanziari dell’opera”, ha assegnato 2 punti per l’impatto ambientale (non avendo mai esaminato alcun elaborato) ed 1 punto per il piano economico-finanziario (inesistente), pena la decadenza dal finanziamento. Il progetto stesso è stato quindi approvato solo in quanto “risultava utile alla risoluzione delle problematiche di mobilità dell’area interessata”.

A questa determinazione, la Commissione è giunta senza esaminare un piano di mobilità integrato con le altre reti di trasporto pubblico, eventualmente ristrutturate in funzione del nuovo sistema specificamente previsto dalla L.211/92 (art.3 lett.c).

(Da tener presente che la tratta ove verrà installato il nuovo filobus oggi è percorsa dalla linea 2/ che impiega circa 20 minuti a percorrerla contro i 22 previsti dal nuovo mezzo).

La Commissione tecnica regionale competente sulla VIA, pur sostenendo che bisognava sottoporre a screening VIA l’opera, anche sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero dell’Ambiente, ha statuito nel suo parere che tale tipo di opera era escluso dalla verifica di assoggettabilità, rivelando così un’evidente contraddittorietà fra motivazione e decisione. Non si comprende, pertanto, come non sia stata considerata da parte dell’AVCP una siffatta macroscopica violazione di legge !

L’AVCP, infine, nonostante le palesi incongruità del parere della Commissione e benché non fosse mai stato effettuato uno “studio di impatto ambientale” sostiene, incomprensibilmente, l’inesistenza di elementi utili per intervenire…

La conclusione è quindi che oggi:

a)si passa da un impianto filoviario del bacino metropolitano: tratta Silvi Marina Montesilvano – Pescara – Pescara P.N. – Aereoporto (Km. 23), ad un sistema di trasporto pubblico a tecnologia innovativa fortemente ridotto nel percorso a Km. 7,8 con l’invarianza della spesa originata dall’incremento dei costi dell’impianto e dei mezzi di trasporto a tecnologia avanzata (ancorché si tratti di un normale filobus con pali e fili dal devastante impatto ambientale sui luoghi circostanti);

b) l’opera non è mai stata sottoposta a VIA e neppure a verifica di assoggettabilità cosi che i cittadini di Pescara e Montesilvano non hanno potuto esprimere il loro parere (come previsto dalla normativa) e non conoscono, con l’opera in fase di realizzazione, quali siano i possibili effetti negativi della stessa sull’ambiente.

Con questo “parere” si palesa quanto sia inutile e dispendioso questo Ente (300 dipendenti ), l’ennesimo baraccone italiano per far mangiare la politica.

Riceviamo e pubblichiamo, condividendola pur nelle virgole, questa tragica ma veritiera sintesi di quello che si prospetta l’ennesimo grande scempio del nostro già martoriato territorio.

di Luigi Piccioni – ricercatore Dipartimento Economia e Statistica Univ. della Calabria

“Leggo sui giornali una notizia da raccapriccio, che ai miei occhi fa il pari per gravità con quella di dicembre riguardante il sacrificio dello storico Parco Nazionale dello Stelvio sull’altare delle personalissime sorti di Silvio Berlusconi.

Con mossa bi, tri, quadri, omnipartisan – mi spiegano le gazzette – si è battezzato nientemeno che a Palazzo Chigi (Protocollo d’intesa) un faraonico progetto di attrezzamento sciistico del bacino Ovindoli-Campo Felice, da estendere anche a Campo Imperatore. Si tratta – per chi non le conoscesse – di tre stazioni sciistiche abruzzesi di dimensioni relativamente piccole, distanti in linea d’aria forse qualche decina di chilometri, due piazzate dentro il Parco Regionale Velino-Sirente, una dentro il Parco Nazionale del Gran Sasso. Sono vecchie stazioni piuttosto isolate tra loro, che fanno un danno relativo proprio perché isolate e perché alla fin fine sono state martoriate negli ultimi anni da un’ormai endemica scarsità di neve e da una crisi della domanda aggravata dalle vicende economiche degli ultimi due anni. Capacità di espansione, insomma, minima se non nulla.

Ciononostante leggo che Gianni Letta, il mitico sindaco democratico dell’Aquila Cialente, il chiacchierato presidente della Regione Chiodi e nientepopodimeno che i responsabili dei relativi Enti Parco firmano questo progetto fantascientifico, magnificandolo come occasione irripetibile per uscire dal dramma del terremoto. Come sempre, aria fritta, fumo negli occhi: le zone che secondo i loro dubbi calcoli dovrebbero beneficiare dell’impresa non sono state – di fatto – colpite dal terremoto mentre i soldi per ricostruire L’Aquila (la vera emergenza abruzzese, che però è ormai solo un castello pieno di spettri) non si sono trovati e com’è noto da tempo non si troveranno mai più. Duecento milioni per una tipica roba da “cricca”, semplice e redditizia, si sono trovati invece a tamburo battente.

Potrete dirmi: e a te che te ne frega? E a noi che ce ne frega?

Beh, solo per spiegarmi un po’: per decenni ho sostenuto la sfida di un diverso sviluppo della montagna abruzzese, uno sviluppo autocentrato, sostenibile, basato sulle aree protette, su un turismo dolce, consapevole ed economico, sulle cooperative di giovani, sulla promozione delle straordinarie specificità locali. Era la grande sfida degli anni ‘70, quella della CGIL e del Parco Nazionale d’Abruzzo, delle forze progressiste, di Italia Nostra, del WWF e del Cai. Allora c’ero, e l’ho sostenuta. Poi, in seguito, l’ho ricostruita e l’ho raccontata con passione e orgoglio, anche all’estero. Era la storia dell’Abruzzo regione dei parchi, di ARVE, di APE. Una storia d’avanguardia, una grande sfida.

Beh, ora le gazzette non fanno che confermarmi: tutta carta straccia, tutto inutile, solo sciocche illusioni, fantasmi di sognatori stupidi e anche un po’ pericolosi.

L’ipotesi di sviluppo omni-partisan firmata a Palazzo Chigi sancisce infatti il puro e semplice ritorno a quaranta anni fa, alle scorciatoie economiche più banali e rapaci, a modelli ambientalmente devastanti, centralistici e di redditività ormai assai più che dubbia. Una pagina che credevamo di essere riusciti a voltare per sempre. E invece no, piuttosto, il contrario: sono “loro” che ci hanno “voltati” a noi.

Me ne frega quindi perché è una mia sconfitta, durissima: è la mia terra, sono i miei sogni, il mio vissuto, le mie speranze che vanno in fumo. E continuo – forse ingenuamente – a pensare che non sia una sconfitta che tocca solo me.

Vedo anzi già – e lo vedo molto bene – il sindaco di questo o di quel paese o il presidente di questa o quell’area protetta che mi addita al ludibrio del popolo come nemico del progresso e affamatore dei poveri giovani locali. Che però le loro siano scelte che erano già condannate dalla storia quando l’Italia era ancora un paese affluente e non devastato e impoverito come oggi, questo al popolo e ai giovani locali non c’è nessuno che glielo andrà a dire. Come nessuno andrà più a dire loro, nell’Italia di oggi, che forse un altro sviluppo delle aree montane è possibile, forse persino economicamente migliore di quello magnificato dagli omnipartisan raccolti all’ombra delle lobbies affaristiche di Palazzo Chigi. E sicuramente più carico di futuro, perché senza rispetto dell’ambiente oggi sappiamo assai meglio di quarant’anni fa che non c’è futuro per nessuno.”

SE NON ORA QUANDO?

Tempo di esserci tutte e tutti

Vogliamo un paese che rispetti le donne

Domenica 13 febbraio

Vi aspettiamo in Piazza Sacro Cuore a Pescara

alle ore 10,30 

La manifestazione prevede:

  • interventi artistici, musicali e performance coordinate dalle associazioni Gruppo Alhena, MagLab e Circo della Luna.
  • invito a tutte le donne a scrivere i loro pensieri e desideri (“sono qui per …”) che verranno affissi sui lati dei gazebo.
  • SILENT FLASH MOB alle h 12.00: Tutte e tutti ci disponiamo al centro della strada, spalle alla stazione, fermi e dritti, ci bendiamo gli occhi con sciarpa o foulard e a un segnale iniziamo a camminare in ogni direzione con passi lenti come i ciechi. Alla fine della musica ci fermiamo e ci sciogliamo il foulard e lo lanciamo in aria con molto slancio. Poi tutti si disperdono.
  • intervento musicale della cantautrice Sandra Ippoliti.
  • interventi, letture e recital delle donne del coordinamento regionale “se non ora, quando?”

I lavori della filovia vanno avanti, nonostante le denunce, i procedimenti in corso, le problematiche connesse al tracciato e al mezzo che sarà utilizzato.

Ora, dalla lettura delle carte, viene alla luce un altro problema di non poco conto.

I lavori in corso d’opera non tengono conto della prescrizione tecnica imposta dalla stessa ditta costruttrice del mezzo (APTS) per garantire il corretto rotolamento del filobus.  Infatti il mezzo prescelto (Phileas) richiede, per il suo peso rilevante, il consolidamento del sottofondo stradale con basamenti di calcestruzzo indispensabili a preservare il manto d’asfalto dai sicuri avvallamenti prodotti dal passaggio delle ruote, che avverrà sempre sulle medesime corsie di transito, in entrambi i sensi di marcia del percorso dedicato, per l’effetto rotaia simulato dalla guida magnetica vincolata in dotazione.

I lavori che si stanno eseguendo invece prevedono la realizzazione di scavi per il solo posizionamento della condotta, poi rifiniti con bitume dello spessore di circa 10 centimetri, mantenendo inalterato il resto della carreggiata il cui sottofondo, privo della necessaria fondazione, esporrà la stessa ad inevitabili cedimenti dopo un limitato numero di passaggi del rotabile.

Nel merito, è utile rammentare che nel contratto d’appalto non è indicata alcuna voce di spesa in ordine alla realizzazione delle fondazioni nel sottofondo stradale, come rilevato e correttamente eseguito in altri progetti similari in corso d’opera. Per esempio a Bologna dove si sta realizzando un’opera di trasporto pubblico a trazione elettrica che utilizzerà un mezzo similare al Phileas (Civis), l’impianto ha comportato lo smantellamento delle strade con la rimozione del materiale di copertura per oltre 50 cm e il riempimento con uno spesso strato di calcestruzzo e di asfalto così come indicato dalle specifiche tecniche realizzative dell’APTS.

Tutti gli interrogativi relativi a quanto sopra sono stati sollevati da una interrogazione urgente del consigliere Camillo D’Angelo (PD) che chiede di conoscere fra l’altro:

-se il Sindaco e gli uffici tecnici sono a conoscenza della problematica;

-se l’Amministrazione ha definito con la Regione e la GTM un protocollo d’intesa da cui risulti in modo inequivocabile che si dovrà far carico degli oneri di manutenzione;

-per quale motivo la Società aggiudicataria della gara, ad oggi, non risulta abbia posto alcun problema sull’inadeguatezza dello stato strutturale della Strada Parco;

-se le risorse finanziarie dell’Ente consentiranno i lavori di manutenzione sopra detti.

Ancora una volta è evidente l’elevato grado di approssimazione della GTM nella gestione delle procedure e l’assenza di controllo dell’Amministrazione del Comune di Pescara.

Green news da Pescara

Oggi il Consiglio comunale di Pescara ha approvato all’unanimità due ordini del giorno (presentati da Maurizio Acerbo del PRC e Armando Foschi del PDL) che esprimono giudizio positivo sulla Legge regionale n.60/2010 che prevede l’ampliamento della Riserva Naturale Pineta Dannunziana di circa 29 ettari che, sommati ai 56 originari, portano a 85 ettari la superficie complessiva della Riserva ( nostro articolo del 16 gennaio). Si invita altresì il Sindaco e la Giunta a concludere la fase di predisposizione del Piano di Assetto Naturalistico tenendo conto del nuovo perimetro della Riserva.

Speriamo che questa decisione bipartisan metta fine alle polemiche di questi giorni tra consiglieri, costruttori e cittadini.

Pescara è una città invivibile, con tassi di inquinamento dell’aria e acustico da record nazionale ed europeo. Tutto ciò deriva dalla cementificazione della città in cui l’ampliamento delle aree edificabili è stato il vero scandalo che denunciamo da anni.

Pescara è una città grigia di cemento che ha bisogno di verde come non mai non solo per il benessere dei cittadini ma anche per accogliere i turisti.

Per una volta si attuano scelte a favore dell’ambiente quando solitamente queste rimangono sulla carta e vanno avanti solo le indicazioni favorevoli a pochi.

Noi siamo qui

In esclusiva le foto oscene del premier di Alessandro Robecchi

Nella settima potenza mondiale sono in vendita alcune fotografie del capo del governo desnudo che si intrattiene con alcune signorine desnude pure loro. Cribbio, ho detto, compriamole. Ho chiamato il direttore: quanto abbiamo in cassa? Settantadue euro e quaranta. Ho fatto una colletta tra i redattori, ho raccolto altri ventisei euro, quattro bottoni e due buoni pasto. Ho capito che noi del manifesto quelle fotografie, che costano un milione, non potremo averle. Come fare, allora, per mostrare all’Italia foto oscene del Presidente del Consiglio? Semplice, usiamo quelle che circolano già. E che sono ancora più oscene, se possibile. Tipo quella di Berlusconi a Onna (L’Aquila) che saluta i morti del terremoto vestito da partigiano per rimpannucciarsi un po’ di consenso, mentre già gli amichetti della cricca si spartiscono soldi e appalti. Oppure quella foto oscena del 2000 (disponibile anche il video a Porta a Porta) in cui Berlusconi Silvio dice che “appena potrà” andrà a “incontrare papà Cervi”, che però, irrispettosamente, era morto da trent’anni. O ancora si potrebbe pubblicare la foto (c’è il video pure qui) di Silvio Berlusconi che mima una mitragliata a una giornalista russa, accanto all’amico Putin, presidente di un paese dove i giornalisti vengono mitragliati sul serio. Oscenissima. O ancora, ci sarebbe la foto di quando Silvio Berlusconi diceva seriamente (2003)  che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”. E via via fino ai giorni nostri: fotografie oscene di Berlusconi ne esistono migliaia, entrarne in possesso non è per niente difficile, se giornali e tivù le vogliono possono chiamare qui, gliele spediamo gratis. E poi c’è la più oscena di tutte le fotografie: l’immagine, a colori, in alta definizione, di un  Paese che da vent’anni sopporta tutto questo, lo difende, lo assolve, lo ammira. Un paese che lascia la sua dignità al guardaroba e si siede in platea, pronto alla spettacolo, aggiustandosi con piccoli tocchi delle dita le grandi fette di prosciutto sugli occhi.(Il Manifesto del 6 febbraio 2011)

BENI COMUNI

LAVORO E AMBIENTE, L’INCONTRO TRA I DUE ”GRANDI SFRUTTATI” di Ugo Mattei dal Manifesto del 23 gennaio 2011      
Intorno al workshop «Democrazia e beni comuni: tra crisi ecologica e riconversione produttiva per un nuovo modello di sviluppo» si è articolata a Marghera una ricca discussione che ha tratto spunto da due relazioni introduttive affidate a Beppe Caccia e Guido Viale. I lavori hanno prodotto un’ottima sintesi nella dialettica fra la dimensione teorica e quella pratica del percorso che sui beni comuni si sta compiendo in Italia. La principale novità politica emersa a Marghera si riscontra nel superamento dello storico conflitto fra ambientalismo e movimento sindacale, un conflitto che da almeno trent’anni ha impedito alla ricetta rosso-verde di conquistare un’egemonia politica. Infatti, a partire dai primi classici dell’ambientalismo militante, basti pensare alla «Primavera Silenziosa» di Raquel Carson , la convivenza in occidente fra le esigenze del lavoro e quelle dell’ambiente è stata piuttosto difficile. Nel discorso dominante, le esigenze della tutela ambientale sono interpretate come limitative dell’attività di impresa, sicché in un paradigma che pone al centro la crescita quantitativa, il lavoro non poteva che schierarsi con quest’ultima propro contro l’ambiente. Le trasformazioni globali dei processi produttivi sembrano strutturare a livello globale proprio quel conflitto, nella misura in cui il capitale, nella sua corsa a margini di profitto sempre più alti sceglie come luoghi dell’investimento proprio quelle piazze in cui la protezione ambientale è più debole. Con l’emigrazione del capitale cresce il tasso di disoccupazione e cresce quindi, anche al centro ed in semiperiferia, la pressione per ridurre i limiti allo sfruttamento della natura e del lavoro.
In Italia la consapevolezza di questa dinamica è stata acquisita con brutalità inusitata proprio a partire dalla ristrutturazione del rapporto fra capitale e lavoro tentata dalla Fiat a Pomigliano e poi a Mirafiori. Forse inaspettatamente questo drammatico episodio, oltre a produrre un appiattimento dei sindacati collaborazionisti sulla visione egemonica dominante ha prodotto un fenomeno controegemonico nella decisione della Fiom di resistere intorno alla piattaforma del lavoro come «bene comune». Ed è stata dunque propro questa nuova fondamentale nozione teorica, ancora nebulosa nei suoi contorni, ma già capace di fondare un discorso ed un linguaggio comune alle più diverse esperienze di lotta, ad aver creato il terreno di incontro fra lavoro ed ambiente, i due «grandi sfruttati» del modello di sviluppo dominante. I beni comuni, infatti, non sono mera categoria merceologica ma momenti concreti di consapevolezza politica capace di emergere soltanto nella lotta. Una lotta appunto volta al raggiungimento di un nuovo modello di sviluppo, capace di marginalizzare la dimensione avidamente quantitativa a favore di una visione qualitativa fondata sulla giustizia ecologica e sulle necessità di riconversione tanto produttiva quanto, soprattutto, culturale. Infatti, sebbene il modello di sviluppo globale dominante continui a essere proposto con protervia irresponsabile attraverso tutto l’occidente (ed imposto al Sud), è oggi chiaro alle avanguardie di tutto il mondo che ad esso bisogna far dichiarare fallimento per la salvezza stessa del nostro pianeta. Per farlo, occorre tuttavia che la riconversione del nostro modello di sviluppo, fondata sulla centralità dei beni comuni, sia capace di raggiungere egemonia a livello globale, trasformandosi in una nuova ideologia, fondata sull’emancipazione dell’ecologia dall’economia. Una sfida epocale, drammaticamente urgente, che richiede la capacità di ridurre ad unità e porre in comunicazione fra loro l’insieme variegatissimo delle pratiche di coloro che lottano per un mondo più bello e più giusto. A Marghera tale processo di recupero dell’egemonia sembra essere partito con il piede giusto.

 

venerdì 28 gennaio 2011 ore 17.30 Villa Comunale-Roseto

venerdì 28 gennaio 2011 ore 21- Sala del Consiglio comunale di PESCARA

sabato 29 gennaio 2011 ore 16.30- sede CGIL Avezzano

RIFONDAZIONE COMUNISTA presenta:

LA PESTE

di  Tommaso Sodano e Nello Trocchia

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4454_la_peste_trocchia_sodano.html

Non e’ questione di sacchetti e inceneritori, l’emergenza rifiuti in Campania è molto altro. Oro, come raccontava il pentito Nunzio Perrella, ma anche un sistema di potere alimentatosi a pane e camorra, che ha trovato nei rifiuti il nuovo grande affare. ‘Una peste’, secondo il giornalista Nello Trocchia e Tommaso Sodano, ex presidente della commissione ambiente del Senato, che hanno scritto un libro denuncia su 15 di scandali e sprechi: La Peste, appunto.

Nel 2003 Sodano ha denunciato irregolarità nel bando di gara che ha assegnato alla Fibe la costruzione dell’inceneritore di Acerra e alla societa’ madre, la Impregilo, la gestione del ciclo industriale dei rifiuti in Campania; da qui sono partite le inchieste sui vertici della Impregilo e sul governatore Antonio Bassolino.

La peste” non e’ solo la camorra, capace di offrire risposte e discariche alle amministrazioni del Nord, con il pattume tossico disseminato ovunque, spacciato come concime.

Come denuncia nell’intervista che chiude il libro il magistrato Raffaele Cantone: ‘La camorra, in qualche caso, é diventata persino un alibi per poter dire che questioni aperte non potevano essere risolte. Il crimine organizzato è stato spesso evocato per evitare di affrontare i problemi che emergevano. Non penso che quando si sono riempiti i consorzi di Lsu, lavoratori socialmente utili, c’entri la camorra’.

‘La Peste’ è un sistema consociativo, fatto di nomine e lottizzazione, dai consorzi al commissariato fino agli enti di controllo, come l’Arpac.

Oltre i rifiuti e la Campania, la Peste si espande come una vera epidemia fino a Roma e al cuore stesso dei palazzi del potere, rivelando che i rifiuti in Italia non si riciclano, ma i funzionari corrotti sì.

L’indagine che ha portato Tommaso Sodano a dover vivere sotto scorta ha mostrato infatti un sottobosco in cui si confondono criminali e politici, imprenditori e faccendieri.

Destra o sinistra non fa differenza: vince sempre il partito dei rifiuti, una classe dirigente che nella spazzatura affonda le sue radici e su di essa ha costruito imperi e carriere. Perché se c’è l’emergenza, ci sono i commissariamenti e i fondi pubblici. Ci sono gli appalti e i consorzi con tante assunzioni che poi diventano voti. E c’e’ persino chi si è tuffato nella monnezza con la pretesa di uscirne completamente pulito. Impresa, politica e l’ombra della massoneria. Uno scenario dove la camorra, spesso, gioca il ruolo della comparsa, ma funziona come pretesto per giustificare un decennio e mezzo di disastri ambientali e sprechi di risorse pubbliche.

Tommaso Sodano è stato presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Nel 2003 ha denunciato irregolarità nel bando di gara che ha assegnato alla Fibe la costruzione dell’inceneritore di Acerra e alla società madre, la Impregilo, la gestione del ciclo industriale dei rifiuti in Campania; da qui sono partite le inchieste sui vertici della Impregilo e sul governatore Antonio Bassolino. Nel 2008, dopo aver denunciato le connivenze fra camorra e politica nella gestione dei rifiuti in Campania, ha ricevuto minacce di morte ed è stato messo sotto scorta. Oggi è consigliere provinciale a Napoli, membro della direzione nazionale di Rifondazione e scrive su Il Fatto Quotidiano.


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