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Sono particolarmente deboli gli argomenti dei privatizzatori per questo hanno scelto la strada dell’oscuramento dei referendum sui media e la grande stampa. Basta leggere i resoconti della conferenza stampa del Comitato del No e degli esponenti abruzzesi di Confindustria per rendersene conto.  Presentare la privatizzazione come il toccasana contro la “casta” è un vecchio trucchetto particolarmente ridicolo.

E’ proprio la “casta” che da venti anni sta privatizzando tutto con il plauso di Confindustria. I referendum nascono da quei movimenti, comitati e partiti che nei territori hanno contrastato sprechi e clientele.

Il dato che i confindustriali usano come spada è quello  dei costi del personale nelle società pubbliche abruzzesi: questo dato è esploso proprio con il passaggio della gestione dai municipi alle spa.

Faccio notare che uno degli scopi di noi referendari è proprio quello di abolire l’obbligo imposto una decina di anni fa dalla “casta” bipartisan degli amici di Confindustria.  Infatti il “partito dell’acqua” è nato proprio dalla norma che imponeva di affidare a delle S.P.A. la gestione dei servizi pubblici.

Si trattava del primo passaggio verso la privatizzazione e ha prodotto danni enormi perché queste società di diritto privato si sono trasformate in carrozzoni clientelari, in paradisi delle prebende, ecc. non essendo sottoposte alle regole proprie degli enti pubblici. Non aveva nessuna logica imporre la gestione di un servizio pubblico a società per azioni i cui azionisti erano e sono i comuni. L’unico obiettivo era quello di aprire la strada ai privati. Infatti la norma contenuta nel decreto Ronchi prevede l’obbligo di cedere ai privati una consistente percentuale delle quote azionarie di queste società. Il risultato sarà che permarrà la presenza partitocratica, ma affiancata da quella di privati da remunerare con le nostre bollette.

Confindustria non dice che senza referendum avremo delle società miste, mentre noi referendari da anni abbiamo depositato in parlamento una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua che prevede l’abolizione delle SPA per i servizi idrici e una gestione trasparente e partecipata.

In realtà la privatizzazione è figlia dell’accordo tra la “casta” e i poteri forti di questo paese che invece di investire in ricerca, sviluppo, innovazione e competere sui mercati vogliono continuare a fare affari senza rischi appropriandosi di infrastrutture e servizi pubblici che costituiscono dei monopoli.

Per quanto riguarda le risorse da investire è da notarsi che i privatizzatori ci faranno pagare con le bollette i loro piani di investimento e non è certo un caso che i gruppi più interessati alla privatizzazione siano quelli che lavorano nel settore delle opere pubbliche (la vicenda autostrade dovrebbe averci insegnato qualcosa).

La differenza tra il finanziare le opere attraverso mutui o attraverso anticipazioni di privati è semplicemente la quota aggiuntiva di remunerazione per il capitale investito che pagheranno i cittadini con l’aggravio delle tariffe.

I nostri (im)prenditori hanno fretta di incassare le tariffe, visto che sono incapaci di fare impresa, parlano di libero mercato ma cercano solo profitti garantiti per legge e senza rischio.

Quanto all’Abruzzo noi referendari abbiamo condotto per anni battaglie contro la casta mentre Confindustria ci sembra che abbia sponsorizzato ogni genere di casta. Ogni scandalo e inchiesta giudiziaria (sanità, edilizia, rifiuti, appalti, depurazione) ha disvelato in Abruzzo l’intreccio politica-affari. Lascio soltanto immaginare cosa accadrà quando questa politica gestirà le gare per l’ingresso dei privati nelle spa e quando privati e politici siederanno insieme nei cda.

La realtà è che la vittoria dei referendum rappresenterebbe una sconfitta per la “casta” e un ceto di (im)prenditori assistiti che hanno condotto il paese e la nostra Regione nell’attuale crisi e declino. 

Maurizio Acerbo, consigliere regionale PRC già relatore alla Camera dei Deputati della legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua

Il raggiungimento del quorum in Sardegna per il referendum sul nucleare, con quasi il 50% dei votanti ancora prima della chiusura delle urne prevista per le 15 di oggi, è una vittoria per la democrazia, un risultato di buon auspicio per la consultazione nazionale del 12 e 13 giugno. Sono stati così smentiti quanti hanno provato a delegittimare lo strumento referendario affermandone l’inutilità legata alla presunta impossibilità di raggiungere il quorum. Oggi il risultato che arriva dalla Sardegna smentisce questi nemici della democrazia e del referendum. Così il WWF Italia commenta il raggiungimento del quorum per il referendum regionale in Sardegna sul nucleare.

Il dato che arriva dall’Isola – prosegue l’Associazione  – è la dimostrazione della voglia dei cittadini di riappropriarsi del diritto di decidere della tutela del proprio territorio all’insegna della sostenibilità ambientale e che, quando gliene viene data la possibilità, non si sottraggono al dovere di esprimersi su questioni così importanti, come il rischio che la propria terra possa ospitare centrali nucleari o siti di scorie radioattive.

E’ inoltre fondamentale che dai cittadini sardi sia arrivato un segnale di attenzione per il voto referendario, proprio quando il Parlamento si appresta a discutere in aula l’art. 5 del decreto legge “omnibus”, proposto dal Governo, in cui si cerca di superare il quesito referendario nazionale, mantenendo però l’obiettivo di fondo del rilancio nucleare, al solo scopo di non far decidere gli italiani sul loro futuro e di eludere le garanzie costituzionali a tutela del referendum quale strumento tipico di esercizio della sovranità popolare. Per questo il WWF ribadisce con forza il proprio appello ai cittadini italiani affinchè il 12 e il 13 giugno si rechino numerosissimi alle urne per Votare Sì contro il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici.

di Raniero La Valle (Roma, 1931), giornalista, saggista, scrittore, già parlamentare, presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione. 

Ci sono quattro referendum per cui andare a votare il 12 e 13 giugno.
Due sono per rivendicare la libertà dell’acqua. La libertà dell’acqua consiste nel fatto che essa non sia di proprietà di nessuno; è un dono di Dio, e come tale è celebrata in tutti i modi nella veglia della notte di Pasqua; in ogni caso, anche per coloro che non si fanno emozionare da Dio, essa è una pertinenza della terra, e come tale è un bene comune, il che vuol dire che appartiene di diritto all’intera umanità, e perciò a ciascun uomo e a ciascuna donna, e anzi ad ogni vivente, perché è la condizione della vita.
Di conseguenza non si può privatizzare, cioè dare in proprietà a nessuno, e nessuno se la può vendere, per il semplice fatto che non è una merce.
I due referendum abrogativi tendono ad eliminare, con la vittoria del “sì”, le norme che col pretesto di regolare la distribuzione dell’acqua (che dalle mani pubbliche si intende sia trasferita a mani private) di fatto attribuiscono l’esclusività della gestione dell’acqua alle imprese private, pur senza attribuirne loro la proprietà; e perciò i privatizzatori, che ci sono in tutti i partiti, anche a sinistra, gridano che la proprietà dell’acqua non è in discussione e che pertanto i referendum sarebbero pretestuosi e andrebbero disertati.
Ma l’esclusività è precisamente un connotato della proprietà, e perciò chi ha l’esclusività della distribuzione, di fatto ha la proprietà di ciò che distribuisce e commercia, e perciò sfrutta come privato un bene pubblico, un bene comune.

Un altro referendum chiede un terzo “sì” per abrogare il piano del governo per la costruzione delle centrali nucleari e più in generale  per lo sfruttamento dell’energia nucleare in Italia, a cui già una volta il popolo aveva opposto il suo rifiuto. Il governo teme moltissimo questo referendum perché è molto popolare, tutti sanno di Chernobyl e di Fukushima, e quindi teme che il sì contro la reintroduzione del nucleare sarebbe plebiscitario.
Perciò il governo è ricorso al trucco (questo è un governo senza verità) di abrogare lui stesso le norme sottoposte al giudizio popolare, norme che in ogni momento potrebbe ripristinare, in modo da fare cadere il referendum, a cui in tal modo verrebbe sottratto l’oggetto.
Lo scopo del governo è di ottenere che non più spinti dall’urgenza di opporsi al nucleare, gli elettori non vadano a votare neanche per gli altri tre referendum, facendo così mancare il quorum necessario (la metà più uno degli elettori) perché i referendum abbiano efficacia.
Questo trucco però può essere sventato perché, secondo una sentenza della Corte Costituzionale (meno male che c’è ancora) il quesito dovrebbe essere trasferito su altre parti dello stesso provvedimento: in questo caso sulle altre norme del piano energetico nazionale non soppresse dal governo e suscettibili di dare l’avvio a una ripresa del programma nucleare. Questo trasferimento dovrebbe essere operato dalla Cassazione, ma non sappiamo come andrà a finire perché mentre scriviamo la manovra manipolatrice del governo è ancora in corso e la Corte non ne è stata ancora investita.

Ma perché il governo vuole, come già una volta sperò Craxi, che “gli italiani vadano al mare” e non vadano a votare?
Perché vuole avere le mani libere sull’acqua (se tutto il pubblico è trattato come privato, perché non dovrebbe essere privata anche l’acqua?) e perché non vuole che abbia successo il quarto referendum, quello che abrogando il cosiddetto “legittimo impedimento” inventato da Alfano e già parzialmente dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, costringerebbe Berlusconi a mettersi “a disposizione della giustizia” per rispondere dei numerosi e gravi reati di cui è imputato.
Ma proprio perché la vera posta in gioco del 12 e 13 giugno, al di là del merito dei quesiti, è il fatto stesso che i referendum possano svolgersi e andare a buon fine, è supremo interesse della Repubblica che i cittadini vadano a votare e che il popolo sovrano esprima la sua voce.

In tempi normali, quando la Repubblica fosse salvaguardata, la Costituzione non fosse sotto attacco, il Parlamento fosse degno di stima e non ridotto alle pratiche di un calcio-mercato e la democrazia della rappresentanza funzionasse come vero veicolo della volontà popolare, i referendum, che sono una forma abbastanza eccezionale di democrazia diretta, non sarebbero così importanti.
Ma oggi nei referendum ha finito per rifugiarsi quanto ancora resta di autentica dinamica democratica nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini; e come sono importanti i test elettorali amministrativi anche in poche città, perché vi si esprime il vero umore degli elettori, così sono decisivi i referendum  per tenere aperto il varco della democrazia e permettere che si riapra un percorso perché essa torni a fiorire e a essere vera.
E se in questi ultimi tempi molte delle ricchezze politiche e civili che avevamo conquistato le abbiamo perdute, non c’è da scoraggiarsi, possiamo ricominciare da quattro.

Ministro da spiaggia

di Guglielmo Ragozzino da Il Manifesto del 7 maggio 2011

Tremonti lo ha detto e Tremonti è un uomo d’onore: «Nessuna vendita delle spiagge. La spiaggia rimane pubblica». Quando poi, d’estate, tenteremo di appoggiare un asciugamano sulla riva del mare, il bagnino ci manderà a spasso. «Torni alla scadenza del mio diritto di superficie – ci dirà – torni tra novanta anni».

Proprietà nostra, come italiani fieri di esserlo, ma nessun diritto di goderne, nessun bagno libero, nel nostro pezzo di mare. Non per noi, non per i figli, non per i figli dei figli. Nessuno osi dire però che la proprietà delle spiagge non è più pubblica. Sarebbe il solito comunista malevolo.

A ben vedere, la spiaggia con i suoi novanta anni di esclusione assicurata è un simbolo esplicito dell’assetto sociale che il governo ha previsto. Chi paga, ottiene l’accesso, la cabina, la sdraio, il sole, le chiacchiere sotto l’ombrellone; gli altri, fuori. Allargato all’impianto complessivo della convivenza nazionale, della cittadinanza, il criterio è micidiale: il modello-spiaggia, esteso all’intera popolazione, sarà esclusione della gente più povera dal mondo dei ricchi benestanti.

Nessun bene comune, nessuna casa di tutti gli italiani, nessuna piazza libera, nessun paesaggio aperto. Non una scuola per tutti, non cure gratis. Tutto disponibile, con perfino qualche livello di efficienza. Tutto a pagamento. Anche le altre misure del decreto legge finalizzato allo sviluppo e al rilancio dell’economia sono classiste, speculative, aprono varchi al malaffare, a ogni sorta di traffici.

Nessuna però ha l’effetto tragico di espropriazione di quello che è per diritto comune di ciascuno di noi, un pezzo di libertà, di riposo; di vita, per riassumere tutto in una parola.

Sulle spiagge protesta l’Europa. Essendole ben noto quel che avviene in tutti gli altri paesi: «libera spiaggia in libero stato»; ma d’altro canto conoscendo Berlusconi e i suoi, svolge una sottile critica da destra. Così, osserva l’Europa, fingendosi preoccupata, si tolgono al mercato le giuste gare per i diritti di spiaggia!

La questione delle spiagge e dell’assalto alle coste rimanda a quella dell’acqua, anch’essa pubblica, come lo è – dice il governo nel suo comunicato – «il servizio locale idrico integrato», pur attribuito in gestione ai privati. Con ipocrisia anche in questo caso il governo dice: certo che l’acqua è pubblica; e chi neghi che il governo ne è convinto, è un comunista malpensante. La gestione invece, quella sì, non è pubblica, comune, ma di chi ha vinto la concessione. Il governo promette però un’Agenzia nazionale «indipendente» con compiti di regolazione del «mercato nel settore delle acque pubbliche». L’acqua dunque è pubblica, ma affidata al mercato. Non per novant’anni, per sempre. Siccome del mercato non c’è poi da fidarsi e incombono i referendum, ecco la magnifica pensata dell’Agenzia. Privatizzare, moltiplicando poltrone e stipendi: un obiettivo del governo. Un popolo intero è stato derubato di quello che era suo, ma ha avuto l’Authority. Si pensa così aver risolto tutto, in vista dei referendum. E poi, di quali referendum stiamo parlando? Perché di quelli di giugno nessuno ha il permesso di fiatare, in televisione. Questo è il furto di democrazia, che completa gli altri: il furto di spiaggia e il furto d’acqua. (

Sono già 4 mila, in soli due giorni, le firme raccolte dall’appello lanciato on line dal comitato “Sì all’acqua pubblica” che intende fermare il “triste attacco alla democrazia diretta” deciso dal governo Berlusconi. Tra le prime firme quelle di giuristi, personalità del mondo della cultura, dell’economia e della scienza, tra i quali Ugo Mattei, Piero Rescigno, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Elisabetta Grande, Giacomo Marramao, Livio Pepino.

L’appello intende dimostrare che esiste una grandissima attenzione popolare sulle sorti dei referendum, che governo e maggioranza parlamentare hanno cercato di evitare approvando in fretta e furia un decreto. Una norma che tra l’altro, non abroga gli articoli di legge su cui, per volontà di due milioni di cittadini, dovranno esprimersi i partecipanti al referendum. Ora si attende il pronunciamento della Corte di Cassazione.

Il testo ricorda, tra l’altro, come il decreto approvato non risponda neanche ai criteri che una tale iniziativa legislativa dovrebbe avere: necessità e urgenza. Insomma, una vera truffa.

Qui è possibile firmare l’appello affinché non si perda di vista la sorte dei referendum. sperando che la Corte di Cassazione decida che il 12 e il 13 giugno i cittadini italiani possano liberamente recarsi alle urne.

Noi siamo qui

BOMBARDARE LA LIBIA, MA CON RESPONSABILITA’ di Alessandro Robecchi

Libia, che fare? In vista della battaglia in Parlamento, la granitica opposizione al governo Berlusconi valuta molte alternative, ecco le più significative.
Mozione di responsabilità nazionale. Ideata allo scopo di evidenziare le spaccature della maggioranza senza compromettere il prestigio internazionale del paese. Nel testo, piuttosto sfumato, non compaiono le parole “missili”, “intervento”, “Libia”, “impegno militare”, “bombardamenti” e “Mediterraneo”. Il Pd è favorevole.
Intervento umanitario con l’agopuntura. Per evidenziare lo stato pietoso della maggioranza, votare a sorpresa la mozione Scilipoti che prevede un massiccio uso dell’agopuntura sulle truppe lealiste di Gheddafi. Escludendo l’intervento di terra, gli aghi verranno tirati con speciali fionde dal confine tunisino. Divisioni nell’Idv, il Pd è possibilista.
Missili a salve. Per denunciare le divisioni dell’area governativa si propone di armare con missili a salve i Tornado italiani che partono verso Tripoli, ma senza dirlo a Napolitano. Presentare la mozione e poi astenersi fingendo un malore. Il Pd è possibilista.
Mossa a sorpresa. Allo scopo di smascherare la maggioranza, inviare i Tornado in Norvegia, farli atterrare a Oslo e fingere un guasto tecnico. Favorevoli Rutelli e l’Idv, Il Pd teme divisioni al Senato.
La mozione del Presidente. Allo scopo di mettere in difficoltà la maggioranza e ottemperare alle indicazioni del Presidente Napolitano, invadere l’Ungheria. Pd entusiasta, perplessità di Casini.
Mozione grizzly. Allo scopo di allargare la frattura tra le litigiose componenti della maggioranza, comportarsi come quando si incontra un gigantesco orso canadese: fingersi morti e restare immobili. Pd possibilista, Idv verso l’astensione, Casini entusiasta.
Qualunque sarà la mozione votata, lo scopo sarà raggiunto: mostrare al paese le devastanti contraddizioni della maggioranza di governo. (da Il Manifesto del 1 maggio 2011)

di Ugo Mattei da Il Manifesto del 20 aprile 2011

  L’annunciata sospensione dei programmi nucleari in Italia, in modo tale da «tener conto» di quanto emergerà a livello europeo nei prossimi mesi, è una brillante mossa populista del governo. Che il clima intorno alla politica nucleare dopo l’incidente giapponese fosse drammaticamente mutato nel nostro paese (e anche a livello internazionale) non era un mistero. È sufficiente considerare i recenti rumorosi successi elettorali dei Verdi tedeschi per averne sentore. Berlusconi, in crisi, deve presentarsi con qualcosa alle ormai imminenti elezioni. Mostrare un volto responsabile sulla politica energetica può in parte compensare le intemperanze sulla magistratura e sulla scuola pubblica.
Ma gli effetti della mossa rischiano di non fermarsi qui. Già la moratoria di un anno aveva cercato di sdrammatizzare la questione nucleare nel tentativo di mandare gli elettori al mare nei giorni del referendum, il 12 e 13 giugno. Oggi il rinvio a tempo indeterminato della ripresa del programma nucleare italiano prosegue in quella direzione, e c’è chi dichiara che questa mossa rende inutile il referendum, che quindi non potrebbe più essere celebrato insieme a quelli sull’acqua e sul legittimo impedimento.
Naturalmente questa decisione non spetta al governo né ai suoi tifosi parlamentari, perché nel nostro ordinamento costituzionale l’organo deputato alla decisione è l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione. Si tenga conto che ogni referendum è portatore di un effetto giuridico rafforzato, perché l’effetto abrogativo di un suo eventuale successo deve durare almeno cinque anni. Ben difficilmente quindi un provvedimento come questo, diverso dall’espressa e specifica abrogazione delle (molte) norme che saranno oggetto del giudizio del corpo elettorale, può essere sufficiente a persuadere i magistrati a revocarne l’indizione.
Questa decisione, che da un lato può essere salutata come una prima battaglia vinta dal fronte antinuclearista, d’altro canto può essere molto pericolosa per l’esito finale della guerra di liberazione dei beni comuni. Il referendum nucleare infatti verrà tacciato di inutilità e gli elettori potrebbero essere indotti a disertare le urne, rischiando di travolgere così il raggiungimento del quorum per l’acqua e per il legittimo impedimento (che credo stia molto a cuore al premier).
La strategia del silenzio, utilizzata fin qui in modo spietato in materia di acqua nonostante il milione e mezzo di firme raccolte, è più difficile per il nucleare dopo Fukushima. La catastrofe nucleare giapponese, giorno dopo giorno, dimostra come la presunta “sicurezza” del nucleare civile non sia che l’ennesimo delirio di onnipotenza dell’uomo moderno. In tutto il mondo sembrano perciò maturi i tempi per invertire definitivamente la rotta e il popolo italiano difficilmente potrà essere tenuto del tutto all’oscuro dell’opportunità di votare. Inoltre il governo trova politicamente conveniente polemizzare con i francesi che stanno sfilando ai nostri interessi di bottega il potenziale bottino energetico in Libia, sicché ora Tremonti maramaldeggia sul presunto «debito nucleare» francese, tentando di nascondere che proprio con i francesi di Edf la nostra Enel si stava apprestando a fare affari.
L’Ufficio centrale della Cassazione potrebbe far saltare il referendum e se anche ciò non avvenisse (cosa che auspichiamo) avrà comunque prodotto un alleggerimento della pressione, cosa molto pericolosa per chi deve affrontare lo scoglio ciclopico del quorum. Spetta al popolo vigilare per difendere la propria sovranità.

 

Ieri le associazioni WWF, Italia Nostra, MareLibero si sono incontrate con Cristiano Tomei, presidente della Fab-CNA (Federbalneatori).

Uno sviluppo turistico eco-sostenibile della costa abruzzese e la necessità di ridefinire il quadro legislativo regionale, per riequilibrare il rapporto tra interessi pubblici e privati, in modo da tener conto tanto dei legittimi interessi delle imprese del settore quanto di quelli di consumatori e cittadini. Sono le idee-forza poste alla base della prima intesa raggiunta in Abruzzo tra alcune delle associazioni ambientaliste più rappresentative e un’associazione dei balneatori, che si propongono così di riscrivere in modo condiviso le regole per la fruizione di un bene pubblico, superando steccati anacronistici.

Wwf, Italia Nostra, MareLibero e Fab-Cna hanno gettato le basi per quella che si annuncia come una piccola rivoluzione nella gestione del demanio marittimo, all’indomani della riunione nazionale tra le associazioni dei balneatori, i rappresentanti delle Regioni e il Ministro Fitto, per discutere delle conseguenze provocate dall’applicazione, in questo settore, della Direttiva Bolkenstein che annullerebbe la possibilità di concedere una proroga automatica delle concessioni con il rischio della loro messa all’asta.

Le associazioni ambientaliste pur comprendendo le preoccupazioni delle associazioni dei balneatori, ritengono che negli anni il rinnovo automatico delle concessioni abbia creato una situazione anomala, trasformando in molti casi, di fatto, un bene pubblico come la spiaggia in proprietà privata grazie ad un contesto normativo generico e permissivo. Necessario quindi riscrivere regole certe e soprattutto condivise da tutti.

 

Duro il giudizio nei confronti del lavoro della Regione: “Lo scorso anno – osservano gli ambientalisti- l’assessore regionale Mauro Di Dalmazio aveva avviato un confronto fra i soggetti interessati alla modifica del Piano demaniale marittimo regionale, ma a fine febbraio, a sorpresa, ha presentato in Giunta un testo, concordato esclusivamente con alcuni balneatori, che non tiene in minimo conto le osservazioni delle associazioni ambientaliste. Anzi sono state apportate modifiche sostanziali che permetterebbero l’aumento consistente delle volumetrie ( a Pescara addirittura del 30% ) e delle recinzioni, la ulteriore diminuzione della vista mare e degli accessi all’arenile e una riduzione delle spiagge libere. Di fatto una vera e propria sanatoria degli abusi e una ulteriore restrizione dei diritti dei cittadini ad usufruire del demanio quale bene comune”.  

 

Le associazioni si augurano che la collaborazione positivamente avviata con Cristiano Tomei possa presto estendersi in maniera reale e proficua all’ Ammministrazione regionale e alle altre associazioni dei balneatori.

 

 

26 marzo 2011 Ore 14.00 – Piazza della Repubblica

Manifestazione nazionale a Roma VOTA SI’ ai referendum per l’acqua bene comune e  SI’ per fermare il nucleare

Oltre un milione e quattrocentomila donne e uomini hanno sottoscritto i referendum per togliere la gestione del servizio idrico dal mercato e i profitti dall’acqua. Lo hanno fatto attraverso una straordinaria esperienza di partecipazione dal basso, senza sponsorizzazioni politiche e grandi finanziatori, nel quasi totale silenzio dei principali mass-media. In primavera l’intero popolo italiano sarà chiamato a pronunciarsi su una grande battaglia di civiltà: decidere se l’acqua debba essere un bene comune, un diritto umano universale e quindi gestita in forma pubblica e partecipativa o una merce da mettere a disposizione del mercato e dei grandi capitali finanziari, anche stranieri.

Saremo chiamati a votare anche per abrogare la legge 99 del 23.07.09 con cui il governo Berlusconi  ha reintrodotto l’opzione energetica nucleare nonostante nel referendum del 1987 l’80% degli italiani avesse detto NO al nucleare.

Il nucleare è costoso e pericoloso, mette a rischio la sicurezza e la salute di milioni di persone. La tragedia giapponese pone l’umanità davanti ad un bivio: convivere con i terribili rischi delle centrali nucleari o scrivere la parola FINE all’incubo atomico.

La vittoria dei SI ai referendum di primavera costituirà una tappa fondamentale per riconsegnare il bene comune acqua alla gestione partecipativa delle comunità locali e darà la possibilità di non ricadere nel nucleare di cui l’unica cosa sicura sono i rischi.

Cambiare si può e possiamo farlo tutte e tutti assieme. Un’altra Italia è possibile. Qui ed ora.

PULLMAN DALL’ABRUZZO

PESCARA – VAL PESCARA – VALLE PELIGNA
Tel: 085 66788 – 085 4510236  Cell: 340 3701978 (Corrado)

MONTESILVANO – ROSETO – TERAMO
Cell: 3898855082 (Paolo) 340 3701978 (Corrado)

CHIETI – Stadio Angelini
Cell: 3286852221 (Emanuel)

L’AQUILA
Tel: 0862 6600200  Cell: 389 0495143

VASTO-LANCIANO
Cell:335 5476976 (Ada) 349 4254406 (Alessio)

digg del.icio.us TRACK TOP

di Marco Bersani (Attac Italia)

Quanto più si avvicina la primavera referendaria per la ripubblicizzazione dell’acqua, tanto più i poteri forti entrano nel panico. Chi ha paura dei movimenti per l’acqua, viene da domandarsi. Molti e diversi fra loro, è l’inevitabile risposta. Ne ha paura il governo che, con l’art. 23bis, ha tentato la definitiva consegna della gestione del servizio idrico nelle mani delle multinazionali e del capitale finanziario, ricavandone una ribellione diffusa e reticolare che ha prodotto il record di 1,4 milioni di firme in calce ai quesiti referendari.
Pronto a richiamarsi alla volontà del popolo ogni volta che il premier è in difficoltà, il governo sprofonda nell’incubo all’idea che finalmente il popolo possa davvero pronunciarsi, su un tema preciso e aldilà di ogni appartenenza partitica: ecco perché preferisce caricare sulla spesa pubblica altri 400 milioni di euro piuttosto che accorpare elezioni amministrative e voto referendario, come buon senso ed etica pubblica imporrebbero. Ne ha paura il Pdl, che ha appena chiamato – l’8 marzo a Roma – i propri amministratori locali per una giornata di studio sponsorizzata da Veolia, ovvero la più grande multinazionale dell’acqua, già famosa per le “efficienti” gestioni dell’acqua ad Aprilia, in Calabria, in Piemonte, Liguria ed Emilia. Ne ha paura la Lega Nord, che dovrà spiegare ai suoi sindaci e ai suoi elettori – molti firmatari dei quesiti referendari – come si concilia il federalismo con l’espropriazione di ogni possibilità di decisione da parte degli enti locali sulla gestione di un bene essenziale come l’acqua.
Ma anche nell’opposizione le fobie non mancano. A partire dalla segreteria nazionale del Partito Democratico, incapace ad oggi a prendere posizione a favore dei sì, perché ad una base, che in molti territori – più che benvenuta – si è impegnata nei banchetti di raccolta firme, continua a preferire i potentati locali che da oltre due decenni hanno costruito alleanze di potere fondate sulle Spa a capitale misto pubblico/privato. E che dire del vertice dell’Italia dei Valori che, dopo aver raccolto le firme su un proprio quesito sonoramente bocciato dalla Corte Costituzionale, non perde occasione per accreditarsi come promotore anche dei referendum sull’acqua, mettendoli tutti al servizio di una campagna politicista unicamente incentrata sull’antiberlusconismo?
Grande è il disordine sotto il cielo, si diceva una volta. Ma noi che abbiamo indirizzato lo sguardo al futuro preferiamo guardare a tutte quelle donne e quegli uomini che, indipendentemente dal loro punto di partenza, hanno deciso di camminare assieme per liberare l’acqua e la democrazia, realizzando un imponente percorso di partecipazione sociale dal basso e riuscendo ad imporre la gestione dell’acqua nell’agenda politica di questo Paese. Temono il voto sull’acqua perché rimetterebbe in discussione tutte le politiche liberiste di questi ultimi decenni e costringerebbe a discutere di un altro modello economico e sociale, fondato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e sulla gestione partecipativa delle comunità locali. Ma temono anche il riconoscimento di una nuova soggettività sociale che ha superato il binomio «espressione di un bisogno/delega al Palazzo» per farsi costruzione di un percorso di partecipazione collettiva dal basso che nel dire «fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua» afferma la necessità di un nuovo paradigma : su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti devono decidere. Sono le donne e gli uomini che il 26 marzo riempiranno di allegria e determinazione le strade e le piazze di Roma in una grande manifestazione nazionale. Sono le donne e gli uomini che dal giorno successivo esporranno da finestre e balconi migliaia di bandiere dell’acqua per sostituire dal basso l’informazione che dall’alto continua colpevolmente a latitare. Chi ha voglia di capire come sta cambiando il mondo, non ha che da seguirli. Per una volta ascoltandoli con rispetto. ( da Il Manifesto dell’11 marzo)

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