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Oggi si è svolta a Pescara la riunione, convocata dall’ assessore Di Dalmazio, tra i rappresentanti dei balneatori, l’ANCI e le Associazioni ambientaliste (presenti WWF, MareLibero,Legambiente, Italia Nostra, Marevivo), per discutere l’emendamento approvato qualche giorno fa dal Consiglio Regionale, a scrutinio segreto, che, modificando il Piano Demaniale Regionale, da una parte condona le recinzioni  abusive, dall’altra permette sistemi di protezione altamente impattanti. Trattasi di 10 metri di recinzioni alte 1metro e 80 su tutti i lati della struttura principale della concessione.

Ci fa piacere che l’assessore si sia reso conto della portata devastante di questo provvedimento che precluderà la Vista Mare e ridurrà drasticamente gli accessi all’arenile, avvalorando l’idea della spiaggia come proprietà privata e non come bene comune, ma riteniamo che la norma in questione non sia emendabile. Pur riconoscendo la necessità di una soluzione per proteggere le strutture dagli atti vandalici riteniamo che questo provvedimento vada abrogato subito. La norma che salva le recinzioni abusive è illegittima: fare condoni non è di competenza regionale. Per quanto riguarda la protezione delle strutture esistono soluzioni a impatto zero come le telecamere e il servizio di sorveglianza a pagamento (le cui spese crediamo siano ampiamente sostenibili dagli imprenditori del mare).

Condividiamo la posizione del sindaco di Giulianova Mastromauro, intervenuto in qualità di rappresentante dei 19 comuni costieri, che afferma che il provvedimento e ancor più grave in quanto sottrae ai Comuni la facoltà di pianificare e decidere sul propri territori dove già sono presenti strumenti pianificatori.

Ribadiamo la necessità di un percorso partecipato e condiviso da TUTTI nella revisione del Piano Demaniale Regionale che per la sua complessità non può essere emendato a “pezzi” secondo le convenienze politiche del momento, e per di più di parte.

Comunicato stampa WWF e Marelibero del 18-6-2010

La Regione condona gli abusi e blinda il litorale abruzzese: sulla spiaggia in arrivo recinzioni per 100 km

Scandaloso l’emendamento alla legge sul demanio marittimo, che introduce una norma che condona le recinzioni degli stabilimenti balneari realizzate senza autorizzazione. Siamo alla solito blitz estivo: l’ennesimo regalo ai concessionari che non rispettano le regole.

L’assessore Di Dalmazio e i solerti consiglieri che hanno presentato l’emendamento (Tagliente-PDL e Menna-UDC) però, nella foga di accontentare alcuni balneatori amici, non hanno considerato che non è nelle competenze della Regione fare condoni di questo tipo per cui il provvedimento è chiaramente illegittimo; e se non verrà abrogato sarà impugnato senza meno.

Ma la portata dell’altra norma contenuta nell’emendamento, di cui si potranno avvalere tutti gli stabilimenti balneari, è davvero devastante : “”Gli stabilimenti possono delimitare, con sistemi di protezione a giorno non impattanti , di altezza non superiore a metri 1,80, un’area circostante la struttura principale: il sistema di protezione dovrà essere posto a una distanza non superiore a 10 metri dal perimetro della struttura principale”.

Se si calcola che sulla costa abruzzese insistono circa 600 concessioni balneari, gran parte delle quali di medio-grandi dimensioni con la norma dei 10 mt concessi su ogni lato si può stimare che arriveranno sulla spiaggia circa 100 km di recinzioni, (tra l’altro alte 1metro e ottanta); un dato pari quasi alla lunghezza di tutta la nostra costa ( 140 km) !! Con buona pace della Vista Mare.

In Europa le coste (spagnole, francesi) che riscuotono maggior successo dal punto di vista turistico sono proprio quelle più rispettose della naturalità dei luoghi. Come sempre più spesso accade noi andiamo in direzione opposta.

Dopo anni di denunce degli abusi e di battaglie per limitare l’occupazione selvaggia e restituire la Vista Mare ai cittadini abruzzesi assistiamo all’ennesimo colpo di mano degli amministratori regionali che ci riportano indietro ai tempi del far west demaniale evidenziando ancora una volta come la politica sia completamente asservita all’interesse delle lobby e non dei cittadini tutti.

L’assessore Di Dalmazio oggi, “dopo aver sparato il botto” , invita le associazioni ad un confronto*. Ci chiediamo: conosce L’assessore Di Dalmazio le regole della partecipazione? Il confronto si fa prima di approvare le leggi. Non dopo!

Accettiamo l’invito ma ci aspettiamo un passo indietro della Regione rispetto a quanto già deciso. Confidiamo inoltre nell’istituzione di un serio tavolo di discussione con operatori e categorie interessate ( in primis le associazioni ambientaliste che tutelano l’interesse maggioritario, quello dei cittadini) sulla revisione del Piano Demaniale Marittimo regionale, evitando scivoloni estivi così dannosi.

INFO: Loredana Di Paola 333-8391147

* la riunione si terrà martedì 22 giugno alle ore 11.30 nella sede regionale di viale Bovio

Intanto mandiamo mail di protesta all’indirizzo dell’assessore Di Dalmazio!

“Nella  gestione dell’acqua in Abruzzo i conti non tornano”. Da questa constatazione WWF e Abruzzo Social Forum sono partiti per presentare alla stampa tre documenti fondamentali per comprendere lo stato a dir poco scandaloso del Servizio Idrico Integrato nella regione. Il primo è la Relazione della Commissione di Vigilanza sul S.I.I. presentata a tutti i consiglieri regionali nell’ottobre 2007. La commissione, formata da membri della società civile e di nomina consiliare, disegnò un quadro estremamente grave, con particolare riferimento agli affidamenti, alla trasparenza e all’attuazione dei Piani d’Ambito. Nelle conclusioni si può leggere “Diciamo chiaramente che gli ATO abruzzesi non hanno dato buona prova di sé; che la gestione del Servizio Idrico Integrato loro affidata dal 1999 sconta molti ritardi; che nella maggior parte dei casi esistono situazioni di grave squilibrio tra risultati attesi e raggiunti; che in fatto di gestione trasparente, efficiente, efficace ed economica si è fatto troppo poco”. La relazione riporta numerosi spunti di riflessione e proposte operative per migliorare il sistema, soprattutto partendo dalla partecipazione dei cittadini dal basso nella gestione di questo bene prezioso.

Con queste premesse nel mese successivo, il 30 novembre 2007, arriva il Commissariamento dei 6 ATO da parte della Regione Abruzzo. Più tardi, nella DeliberaGiuntaRegionale594 del 2008 la Regione, con i dati rilevati dai commissari, traccia una quadro che lascia senza fiato circa lo stato degli investimenti nei 6 ATO. Su 322 milioni di euro di investimenti previsti dai Piani d’Ambito nel periodo 2002-2006, ne risultavano effettivamente impegnati solo 102. In realtà la situazione era ancora peggiore perchè, come si può leggere nella stessa delibera “Considerato che in base ai dati sopra rappresentati rispetto alle previsioni dei Piani d’Ambito gli Enti d’Ambito regionali e i soggetti gestori risultano aver investito circa un terzo di quanto hanno programmato e speso meno di un terzo di quanto impegnato”. Quindi le somme erano stanziate sulla carta ma, in larga parte, non spese effettivamente. Tutto ciò nonostante nello stesso periodo lo Stato e la Regione abbiano stanziato con l’Accordo di Programma Quadro APQ cifre consistenti per investimenti per le quali gli ATO dovevano provvedere al solo cofinanziamento. Infatti su circa 61 milioni di euro di cofinanziamenti che gli ATO dovevano garantire al 31/12/2007 ne erano stati effettivamente spesi 18! A parte questi cofinanziamenti, peraltro, come abbiamo visto, neanche spesi effettivamente per l’intero ammontare, alcuni ATO risultavano non aver investito oltre all’APQ nulla nel periodo considerato 2002-2006 (0 euro per gli ATO “Chietino” e “Peligno”).

Recentemente (febbraio 2010) la Regione ha inteso affidare un’ulteriore e più approfondita verifica dei conti di ATO e società di gestione attraverso una cosiddetta “Due Diligence”. Ad oggi non si conoscono gli esiti dell’iniziativa. Nel frattempo il Commissario Caputi ha proposto un consistente aumento della tariffa nell’ATO di Pescara. Ebbene, la Relazione presentata dal Commissario sullo stato di questo ATO contiene dati che tutti gli utenti hanno diritto di conoscere nel dettaglio, avendo pagato da buoni cittadini per anni la bolletta. L’elemento più eclatante è quello relativo ai mancati investimenti nel periodo considerato 2003-2008: 53 milioni di euro di spese non effettuate in depuratori, condotte, fogne ecc, con un -67% rispetto a quanto previsto dal Piano d’Ambito. E’ ovvio che non ci si può stupire delle enormi perdite di acqua dalla rete e dei depuratori che non funzionano! Lo stesso Commissario, tra le cause dei mancati investimenti, inserisce testualmente “Costi operativi superiori a quelli previsti”. Più avanti precisa che “Nonostante il consolidamento di minori fatturati il trend di crescita dei costi operativi e del personale non si è fermato”.

Dichiara Augusto De Sanctis, referente acque del WWF Abruzzo “Questi documenti fanno emergere una situazione al limite dell’incredibile in tutta la regione e rimaniamo estereffatti quando si parla di aumento di tariffe che dovrebbe essere approvato proprio da chi, i sindaci, avrebbero dovuto esercitare a nome degli utenti un ferreo controllo in qualità di soci dell’ATO. La tariffa pagata dai cittadini viene calcolata inserendo il dato sugli investimenti previsti secondo il cosiddetto metodo normalizzato derivante da una delibera CIPE. Pertanto il gestore del servizio è obbligato ad accantonare una parte dei ricavi per provvedere agli investimenti su acquedotti, depurazione, fognatura, qualità del servizio. Per l’ATO di Pescara partiamo da un elemento di certezza: ci sono stati oltre 50 milioni di euro in meno di investimenti. E’ vero che negli anni la progressione tariffaria – gli aumenti della tariffa, per intenderci – non è stata quella prevista dal Piano d’Ambito ma, prima di qualsiasi aumento, bisogna fare chiarezza su quanto il cittadino ha pagato effettivamente e su cosa ha avuto in cambio. Tuttora manca – o non è stato diffuso – un dato fondamentale: a quanto ammonta la cifra realmente percepita dall’ACA attraverso la tariffa che doveva andare agli investimenti rispetto a quanto effettivamente speso per tali interventi? Esistono tre possibilità. Se l’ACA ha speso in investimenti più di quanto ha percepito dalla tariffa per questa voce il cittadino in questo caso avrebbe ottenuto più di quanto gli spettava. Nel caso le somme siano corrispondenti allora il cittadino non ha avuto quanto originariamente previsto dal Piano d’Ambito in investimenti ma, almeno, non si è visto aumentare la tariffa come prevedeva il Piano. In questo caso non ci avrebbe perso nessuno da un punto di vista economico, anche se l’ambiente ne ha sofferto perchè non è stato rispettato il Piano d’Ambito. Se, invece, si è speso meno in investimenti di quanto versato dal cittadino allora i sindaci sono tenuti a recuperare questa cifra da chi avrebbe dovuto accantonarla oppure, paradossalmente, a diminuire la tariffa, per evitare che il cittadino subisca la beffa di aver pagato per qualcosa che non ha avuto e che gli spettava. Se i sindaci voteranno aumenti senza chiarire questi aspetti regaleremo loro un “Colabrodo d’Oro” come simbolo di una gestione dell’acqua assolutamente inaccettabile. Ci aspettiamo che facciano completamente il loro dovere segnalando tutto ciò che sta emergendo alla Magistratura ordinaria e contabile per verificare se esistono eventuali situazioni di illegalità e di mala gestio da sanzionare. In ogni caso lo faremo noi non appena avremo tutti i dati. Il criterio della responsabilità non può essere usato solo nei confronti del cittadini che devono pagare la bolletta”. 

Con una lettera formale al Commissario europeo per il Clima, Connie Hedegaard, Legambiente Greenpeace e WWF hanno sottolineato le contraddizioni del recente decreto sulla CO2 con il quale il governo intende distribuire gratuitamente alle imprese nuovi permessi ad inquinare in contrasto con la normativa europea ETS sul mercato delle emissioni e sugli aiuti di stato.

Il decreto dà il via libera a un finanziamento pubblico diretto alle imprese, che invece di pagare per la CO2 emessa, come prevede la Direttiva ETS, beneficeranno di fondi che a partire dal 2013 saranno messi a disposizione da Bruxelles per adottare politiche a favore del clima.

In concreto, il governo ha previsto di pagare una cifra che, secondo alcune stime, potrebbe arrivare a 800 milioni di Euro per gli impianti entrati in funzione dal gennaio 2009, attraverso l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Un provvedimento che finirebbe per regalare soldi alle imprese più inquinanti e che, ancora una volta, risulta in evidente contrasto con le politiche europee di riduzione della CO2 e di spinta all’efficienza energetica., anche perché utilizzerebbe le risorse che dovrebbe derivare dalla vendita all’asta di quote di emissioni a partire dal 2013.

Una vera beffa – commentano Legambiente,Greenpeace e WWF – perché secondo quanto indicato da Bruxelles, quelle risorse dovrebbero servire proprio a promuovere interventi di riduzione delle emissioni di Gas serra. “Regalando quote gratuite” sottolineano le tre associazioni “si compie un’evidente infrazione delle Direttive Europee violando la normativa europea sugli aiuti di Stato e quella sulla concorrenza tra le imprese”.

Il soccorso italiano alle imprese più inquinanti è arrivato negli stessi giorni in cui Bruxelles illustrava la necessità e i vantaggi di aumentare al 30 per cento l’obiettivo di riduzione dei gas serra per il 2020. Anche in questo caso il governo italiano ha scelto di ostacolare il percorso invece di agevolarlo. Una strategia dell’ostruzionismo che rischia di aumentare il divario tra l’Italia e il resto dei paesi europei che hanno scelto di puntare sull’economia verde e sull’innovazione. In mancanza di regole certe a farne le spese sarà lo stesso sistema imprenditoriale italiano, penalizzando gli evidenti risultati che anche nel nostro paese sta producendo lo sviluppo delle rinnovabili.

“Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto”. E’ questo uno dei punti centrali della lettera con cui Maria Luisa Busi ha annunciato l’intenzione di abbandonare la conduzione del Tg1. La missiva, tre cartelle e mezzo affisse nella bacheca della redazione del telegiornale, è indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell’azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi. Ecco il testo integrale.

“Caro direttore ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori”.

“Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘La più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.

“Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E’ stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del Tg1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo.

E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale”.

“L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale”.

“Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E’ lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori”.

“I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E’ quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica”.

Nella lettera a Minzolini Busi tiene a fare un’ultima annotazione “più personale”:

“Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1)respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2)Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali’ e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno”.

E conclude: “Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”. (da Repubblica.it   21-5-2010)


Commento di Alberto Lucarelli

Il disegno di legge regionale sul governo e la gestione del servizio idrico integrato e sulla ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese, approvato due giorni fa dalla giunta Vendola, è il risultato di un’attività intensa di studio, approfondimento e confronto che ha visto la mia partecipazione come coordinatore del tavolo tecnico. L’auspicio, ovviamente, è che il percorso politico-legislativo vada in porto e che il testo sia approvato definitivamente dal consiglio regionale. Al momento però è già possibile trarne alcune valutazioni, decisamente positive, che riguardano il metodo di lavoro e l’individuazione dei contenuti essenziali e di assoluta originalità.

In merito al primo punto, va evidenziato, nell’elaborazione del testo, il ruolo decisivo svolto dai rappresentanti dei comitati per l’acqua pubblica che, da anni, secondo una logica di formazione permanente, lavorano sul tema, attraverso analisi, proposte, controlli, denunce. Si è assistito, ovviamente, anche per la vocazione della giunta di Vendola, ad una pratica attiva di partecipazione diffusa e dal basso che ha consentito di percepire in maniera netta ed evidente il concetto del sapere quale bene comune. La dimensione tecnocratica, infatti, ha dovuto prendere atto della qualità e dell’incisività delle istanze partecipative che hanno dimostrato un elevato livello di maturità, responsabilità e continuità. Insomma, un reale laboratorio di democrazia della partecipazione frutto di un percorso lungo e faticoso che non ha nulla di improvvisato ma che anzi rivela un importante processo di evoluzione della coscienza civile. L’auspicio è che tale esperienza possa rappresentare un modello anche per altre realtà regionali e locali nell’ottica di un più profondo radicamento, all’interno dei meccanismi decisionali, delle istanze partecipative provenienti dalla collettività per la determinazione di scelte che siano realmente condivise. La straordinaria raccolta di firme alla quale stiamo assistendo in questi giorni e che sta facendo impallidire altre iniziative referendarie, testimonia altresì l’emersione e il consolidamento di una sensibilità molto spiccata da parte dei cittadini rispetto a questioni essenziali di interesse comune; essi, infatti, non sono più disposti a dare deleghe in bianco e ad essere destinatari passivi di decisioni calate dall’alto, che molto spesso sono espressione di un coacervo di interessi lobbistici e corporativi di stampo neo-feudale.

Per quanto riguarda i contenuti essenziali, il disegno di legge definisce l’acqua bene comune, bene di appartenenza collettiva, secondo quanto già stato sostenuto dalla Commissione Rodotà, la cui gestione viene affidata a un’Azienda pubblica regionale di diritto pubblico. La nozione di bene comune, che va ben al di là di quella di bene pubblico, impone al soggetto di diritto pubblico di gestire il bene non nella qualità di proprietario – in quanto la titolarità è collettiva – ma unicamente nell’ottica del soddisfacimento dei diritti che nei principi costituzionali trovano il loro fondamento. In questo senso, è importante rilevare la previsione nel disegno di legge di un vincolo per il gestore del servizio ad erogare un minimo quantitativo vitale sulla base degli indici di fabbisogno della popolazione, a conferma della sua impostazione fortemente garantista dei livelli essenziali.

L’importanza dell’elaborazione della nozione giuridica di bene comune va, dunque, rintracciata essenzialmente nel ruolo attribuito al gestore del servizio, da intendersi quale garante e tutore del bene in una prospettiva di effettivo soddisfacimento dei diritti fondamentali; si tratta infatti di un’impostazione gestionale che ha, sostanzialmente, la finalità di evitare ipotesi di abuso del diritto che, purtroppo, il regime dei beni pubblici tout court non solo non impedisce, ma anzi spesso agevola attraverso un intreccio affaristico pubblico-privato ed un saccheggio diffuso di beni la cui vocazione originaria va a tutti i costi salvaguardata.

Il disegno di legge è chiaro: il servizio idrico deve essere gestito da un soggetto di diritto pubblico la cui attività non deve subire alcuna contaminazione da parte del diritto societario. In questo senso s’intende non soltanto sottrarre il servizio al mercato, ma uscire dalle ambiguità delle società pubbliche che, al di là della proprietà, si muovono nell’ambito del diritto privato e quindi sono fisiologicamente orientate al profitto. Si tratta, dunque, di una scelta non soltanto conforme al diritto comunitario, che non impone agli enti pubblici né la gara né l’affidamento ad un soggetto privato, ma altresì profondamente rispettosa dell’art. 43 della Costituzione che riconosce alle istituzioni pubbliche e alle gestioni partecipate, nell’ambito dei servizi pubblici essenziali, un ruolo attivo che va ben oltre il modello regolatore.

Infine, va evidenziato che il disegno di legge non intende riproporre formule antiquate del pubblico, ma introduce un modello di pubblico partecipato, che rappresenterà la vera sfida culturale dei prossimi anni, un modello che si propone, anche in termini antagonisti e conflittuali, di combinare la democrazia della rappresentanza con la democrazia della partecipazione. (Il manifesto del 14-5-2010)

AVVISO- Il prof.Alberto Lucarelli sarà a Pescara Martedì 18 maggio presso la Sala consiliare del Comune dalle 17.30 in un incontro pubblico organizzato dal Movimento per l’Acqua Pubblica abruzzese (di cui siamo parte)-

Interverranno inoltre Alberto De Monaco del Comitato Acqua pubblica di Aprilia e Don Giorgio Moriconi della Diocesi di Pescara-Penne


L’uranio nel deserto di Guglielmo Ragozzino

La fuga di petrolio dal pozzo di Bp nel golfo del Messico ha fatto rimpiangere da più parti i ritardi del nucleare, immaginato come fosse una fonte di energia non inquinante. I fatti contraddicono queste posizioni, in buona o malafede che siano. Il nucleare è un processo nocivo per l’ambiente. Non si tratta solo dei suoi costi proibitivi, le centrali insicure, lo smantellamento finale affidato ai bisnipoti. C’è una prima fase, mineraria, che causa immani disastri ecologicii. Nel caso studiato da Greenpeace essi riguardano il Niger, il paese più povero del mondo. (si veda «Left in the Dust. Areva’s radioactive legacy in the desert towns of Niger» presso www.Greenpeace.org, un lungo testo con fotografie e schemi. Greenpeace.it pubblica invece una sintesi)

L’uranio in questione viene scavato nel sud del Niger da Areva, la multinazionale dipendente dal governo francese, quella che dovrebbe costruire nel prossimo decennio le quattro centrali nucleari previste in Italia. Areva agisce in cento paesi del mondo. Le sue attività comprendono tutte le fasi del nucleare: miniere di uranio, trattamento chimico del minerale, impianti di arricchimento, produzione del combustibile, progettazione, costruzione, messa in funzione dei reattori, riprocessamento del minerale esausto, smaltimento delle scorie e gestione finale dello smantellamento finale delle centrali. Areva non si può arrestare mai, deve crescere, trovare continuamente nuovi clienti e di conseguenza reperire sempre altro minerale. Lo cerca in tutto il mondo; nell’ambiente però corre la battuta che se lo trova in Texas le occorrono due scaffali per collocare tutte le autorizzazioni necessarie. In Niger invece c’è bisogno solo di una pala e un tipo da due dollari al giorno a scavare. In Niger, Areva ha trovato uranio nel sud desertico, dell’Agadez, attraversato dalle tribù nomadi Tuareg e ha aperto due miniere. La prima, Somair, all’aperto, è in produzione dal 1970. L’altra Cominak, in profondità, dal 1978. Le gallerie lunghe 250 chilometri di quest’ultima ne fanno la miniera più grande del mondo. Areva ha costruito dal nulla due città per i suoi tecnici: Arlit e Akokan, con servizi, acqua corrente, strade asfaltate. Nel deserto, le città (e le miniere) hanno attirato migliaia di nomadi Tuareg, circa ottantamila, costretti a costruirsi alloggi di fortuna in quartieri di baracche intorno alle città minerarie di Areva,utilizzando spesso i resti della produzione mineraria, con livelli elevatissimi di radioattività, ma non solo. Basti pensare che il lavaggio del minerale avviene con acido solforico che finisce per riversarsi nella falda. Per l’uso minerario sono stati utilizzati 270 miliardi di litri d’acqua, nel deserto. L’acqua consumata rappresenta il 20% della falda, Tarat. Ora c’è in gestazione una terza miniera, ancora più grande, Imouraren che entrerà in funzione nel 2013 per produrre 5.000 tonnellate di uranio all’anno. Le due miniere attuali, Somair e Cominak producono, insieme, 3.000 tonnellate.

I danni delle due miniere sono incalcolabili, in senso proprio, perché l’istituto di ricerche francese Criirad, Greenpeace e ong locali che cercano di avere dati precisi, sono ostacolati dalla rigida difesa del segreto minerario di Areva che controlla in modo quasi militare il territorio. E’ certa comunque un’esposizione alla radioattività per la popolazione «dagli effetti catastrofici». «Areva, con il suo tentativo di creare un rinascimento nucleare, minaccia di far perdere a queste comunità la maggior parte delle risorse basilari, attraverso la contaminazione di aria, acqua e terra». (da Il manifesto 11-05-2010)

…una importante iniziativa a cui invitiamo a partecipare

Tour dei ponti” - Domenica 9 maggio – Ore 10,00/12,00

Con la presente nota ci teniamo a comunicarvi che a Pescara è attiva Pescarabici, una organizzazione ambientalista che promuove l’uso della bicicletta come modalità sia di trasporto urbano, in grado di ridurre i problemi del traffico e di migliorare la qualità dell’ambiente, che per la pratica dell’escursionismo cicloturistico L’obiettivo di Pescarabici, affiliata alla FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) è ottenere, attraverso azioni di “pressione” nei confronti delle Amministrazioni locali, interventi e provvedimenti a favore della bicicletta e dei ciclisti urbani.

Il 9 maggio 2010, in occasione della prima edizione della Giornata Nazionale della Bicicletta indetta dal Ministero dell’Ambiente, Pescarabici organizza il “Tour dei ponti”, una passeggiata in bicicletta lungo i ponti e le strade della città, per evidenziare come una mobilità alternativa ed ecocompatibile possa essere facilmente realizzabile, seppur nei nostri territori sia ancora estremamente pericoloso muoversi in bicicletta per l’esiguità di piste ciclabili, troppo improvvisate e frammentarie.

Il “Tour dei ponti” vuole essere un’occasione di festa e di scoperta dei 3 ponti ciclabili di Pescara e nel contempo un momento per riappropriarsi di una città troppo spesso preda del traffico caotico e inquinante.

In concomitanza con detto evento, Pescarabici promuove, nell’ambito della seconda edizione della “Conferenza dei Dodici” curata dall’Ecoistituto Abruzzo, tre conferenze dedicate alla “mobilità ciclistica” (per i dettagli: www.ecoab.it/dodici), a cui parteciperanno esperti del settore, ed in particolare:

Modulo: La sostenibile leggerezza della mobilità ciclistica

30 aprile – Ore 16,45 – Biblioteca F. Di Giampaolo

Tecnologia e magia delle due ruote: Claudio Ridolfi – Urban Mobility Store

7 maggio – Ore 15,45 – Biblioteca F. Di Giampaolo

Le città delle biciclette in Italia ed in Europa: Silvia Zamboni, autrice di “Rivoluzione Bici”

L’esperienza di “Bimbimbici”: Sonia Zanoni, coordinatrice nazionale “BIMBIMBICI”

L’esperienza “Pedibus” a Pescara: Marialuce Latini – Edènia soc. coop.

14 maggio – Ore 16,45 – Biblioteca F. Di Giampaolo

Il piano della mobilità ciclistica urbana: Marco Passigato, mobility manager

Per eventuali informazioni

Giancarlo Odoardi – 339 3223 737

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Partita alla grande la Campagna referendaria. La sfida alla cultura della privatizzazione dell’acqua è andata oltre ogni aspettativa: 100.000 firme raccolte nel primo week-end del 24 e 25 aprile in tutta Italia.

3083 firme solo in Abruzzo. Nonostante il brutto tempo c’è stata una mobilitazione straordinaria che ha visto lunghe file ai banchetti organizzati nei quattro capoluoghi e in numerosi paesi. Le brochure con l’illustrazione dei tre quesiti referendari sono risultate spesso inutili. É bastato lo slogan stampato “l’acqua non si vende” per togliere ogni dubbio, senza dover convincere nessuno. La frase spesso ricorrente davanti ai banchetti era “ dopo l’acqua ci privatizzeranno anche l’aria!”

1100 firme a Pescara, 300 a Sulmona, 300 a Vasto, oltre 200 a L’Aquila e Teramo, 250 nella Marsica, tante altre nei piccoli centri della nostra regione.

Siamo di fronte ad un vero e proprio risveglio civile, un risveglio che parte da associazioni e da cittadini liberi, un risveglio che parte dall’acqua per dilagare, speriamo, verso tutti i beni comuni.

Tutte le info sulla campagna su www.nonlasciamolifare.org

Festa d’Aprilia, l’acqua è pubblica di Andrea Palladino

Alla fine la festa è arrivata, con un applauso lungo, emozionato, intenso. Nella sala del consiglio comunale di Aprilia qualcuno si è portato le mani al volto, chiudendo gli occhi, riguardando per un secondo cinque anni di lotte dure contro una delle multinazionali più potenti d’Europa, la Veolia. Davide ha fatto centro, Golia è ora steso a terra.
La delibera che chiede ad Acqualatina di restituire gli acquedotti è passata a larga maggioranza nel consiglio comunale di Aprilia, con 22 sì e appena 4 no, venuti tutti dal Pdl. Ora l’Ato 4 avrà sessanta giorni di tempo per adeguare il contratto – tecnicamente si chiama convenzione di gestione – con la società per azioni partecipata dalla multinazionale francese Veolia a principi più equi, ridando il potere ai comuni. Una scelta di fatto impossibile, visto che non è stata mai adottata dal 2002 ad oggi, accogliendo i diktat misti pubblico privati, firmati Pdl e Veolia. E alla fine dei due mesi, i primi di luglio, Acqualatina dovrà porre la parola fine alle tariffe altissime, alle pattuglie con vigilantes armati che girano alla ricerca di contatori da sigillare, al muso duro da mostrare di fronte a settemila famiglie che, legittimamente, non hanno mai riconosciuto la gestione privata. È una vera festa di liberazione la scelta di Aprilia, che apre, anche simbolicamente, l’avvio della campagna referendaria per l’acqua pubblica. È ormai notte ad Aprilia e la festa è rimandata. Meglio aspettare ora le mosse della società, meglio tornare nelle stanze del comitato, dove sui tavoli aumentano i ricorsi dei cittadini, alla ricerca di giustizia sul bene più vitale per l’uomo.
A Latina Fiori, negli uffici della società dove siedono il senatore Fazzone e il francese Romano, mandato da Parigi a dirigere la gestione dell’acqua nella provincia, si affilano le armi per contrastare la seconda sconfitta del modello francese di gestione privata dei beni comuni in Europa in meno di un anno. Prima Parigi, che non ha rinnovato la convenzione con Suez e Veolia. Orain Italia Aprilia, che già sta pensando a quanto conveniente sarà per il comune gestire in proprio le risorse idriche. Acqualatina per la società francese rappresenta solo un piccolo puntino nel gigantesco fatturato, che in Italia si alimenta con gestioni milionarie come quella siciliana e calabrese. Ma il management sa che l’effetto domino è dietro l’angolo.
Esce sconfitto anche il Pdl, che nel consiglio di amministrazione ha messo uomini strategici. Il momento è poi pessimo, dopo la rottura tra la componente finiana e gli ex Forza Italia, alla vigilia della nomina della giunta regionale. A Latina, dunque, tutti sanno che il laboratorio Aprilia spalanca una porta, diventa un modello per i tantissimi comuni del sud pontino. Cosa diranno, ora, i sindaci di Terracina, di Formia, di Minturno, di San Felice al Circeo a chi non riesce più a pagare le bollette dell’acqua, dopo la festa d’Aprilia? E quanto peserà nella campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale del capoluogo, appena caduto dopo le dimissioni dei consiglieri ex Forza Italia?
È un laboratorio anche per la sinistra e per il Pd la scelta di Aprilia. I democratici che siedono in consiglio comunale – ma non in giunta, dopo aver perso le elezioni dello scorso anno – hanno votato con convinzione la delibera che manda a casa Acqualatina. «Dobbiamo iniziare a non accettare le scelte delle segreterie provinciali e nazionali – ha spiegato Vincenzo Giovannini del Pd – dobbiamo ritornare ad ascoltare la persone. Altrimenti potremo solo perdere i voti». Una scelta sorprendente – e positiva – che mostra come all’interno dei democratici i malumori siano forti, ormai inarrestabili. Se a livello nazionale il partito di Bersani sul tema è quanto meno ambiguo, tanto che ieri lo stesso segretario ha annunciato l’avvio di una raccolta firme in concomitanza con quella dei referendum ma sostanzialmente alternativa, è nei territori che sta iniziando a cambiare la direzione del vento.
I vincitori, alla fine, sono loro, le settemila famiglie di Aprilia che per cinque anni sono rimaste ferme nella contestazione radicale della gestione privata. Acqualatina ha tentato in tutte le maniere di rompere il fronte: prima offrendo una moratoria, con sconti in cambio del riconoscimento del gestore privato. Poi con il pugno duro, mandando i tecnici e i vigilantes a ridurre la pressione dell’acqua a chi continuava a pagare al Comune di Aprilia ed affidando ad Equitalia la riscossione forzata. Hanno cercato di isolare il più possibile politicamente le famiglie, in maniera trasversale. La prima risposta è arrivata lo scorso anno, quando nelle elezioni comunali hanno vinto, contro ogni previsione, un gruppo di liste civiche, bocciando i candidati sindaci della politica tradizionale del Pdl, dell’Udc e del Pd. E mercoledì, nell’aula del consiglio comunale, l’applauso finale era liberatorio, emozionato, intenso.
Che accadrà ora? C’è un percorso legale e tecnico, visto che la resistenza della società viene data per scontata. Il comitato acqua pubblica continuerà ad assistere le migliaia di famiglie e, c’è da esserne sicuri, le contestazioni aumenteranno già nei prossimi giorni, in attesa del ritorno della gestione in casa comunale. «Dopo il vostro titolo Festa d’Aprilia – raccontano dal comitato – in tanti si sono precipitati da noi, vogliono tutti pagare al Comune ora». Nella sede della Pro loco, dove funziona lo sportello per la contestazione delle bollette, spiegano anche come proprio il lavoro del comitato sarà la base di partenza per la futura gestione comunale. Hanno accumulato conoscenza, conoscono una per una le settemila famiglie che hanno assistito per cinque anni, sanno riconoscere subito chi è in difficoltà, chi ha una pensione sociale tale da impedire di pagare un bene vitale come l’acqua. C’è umanità dietro i numeri giganteschi che hanno gestito e questo è il volto vero del movimento dell’acqua pubblica.
La vittoria di Aprilia inevitabilmente avrà un riflesso nazionale. Mostra alle centinaia di comitati locali e a milioni di persone che oggi in Italia vivono la privatizzazione dell’acqua che cambiare rotta è possibile. Non è solo una questione di prezzo, di bollette salate, ma spesso di giustizia. La spinta che viene da Aprilia va al di là della convenienza, è l’espressione di una voglia di partecipazione dal basso in via di germogliazione. Dunque la sinistra non potrà più chiudere gli occhi, cercare accordi trasversali o appoggiare scelte ibride e opache come il modello pubblico privato, nato negli anni ‘90, nell’Italia di tangentopoli. E’ una sfida soprattutto per il Pd, con una base e un territorio in fibrillazione, con militanti pronti a scendere fianco a fianco a quel movimento un po’ strano e incontrollabile che chiede acqua e democrazia. E che nei territori inizia a vincere (dal manifesto del 23-4-2010)

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