Acqua: in Puglia un esempio di vera democrazia partecipata
mag 17th, 2010 by Redazione
Commento di Alberto Lucarelli
Il disegno di legge regionale sul governo e la gestione del servizio idrico integrato e sulla ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese, approvato due giorni fa dalla giunta Vendola, è il risultato di un’attività intensa di studio, approfondimento e confronto che ha visto la mia partecipazione come coordinatore del tavolo tecnico. L’auspicio, ovviamente, è che il percorso politico-legislativo vada in porto e che il testo sia approvato definitivamente dal consiglio regionale. Al momento però è già possibile trarne alcune valutazioni, decisamente positive, che riguardano il metodo di lavoro e l’individuazione dei contenuti essenziali e di assoluta originalità.
In merito al primo punto, va evidenziato, nell’elaborazione del testo, il ruolo decisivo svolto dai rappresentanti dei comitati per l’acqua pubblica che, da anni, secondo una logica di formazione permanente, lavorano sul tema, attraverso analisi, proposte, controlli, denunce. Si è assistito, ovviamente, anche per la vocazione della giunta di Vendola, ad una pratica attiva di partecipazione diffusa e dal basso che ha consentito di percepire in maniera netta ed evidente il concetto del sapere quale bene comune. La dimensione tecnocratica, infatti, ha dovuto prendere atto della qualità e dell’incisività delle istanze partecipative che hanno dimostrato un elevato livello di maturità, responsabilità e continuità. Insomma, un reale laboratorio di democrazia della partecipazione frutto di un percorso lungo e faticoso che non ha nulla di improvvisato ma che anzi rivela un importante processo di evoluzione della coscienza civile. L’auspicio è che tale esperienza possa rappresentare un modello anche per altre realtà regionali e locali nell’ottica di un più profondo radicamento, all’interno dei meccanismi decisionali, delle istanze partecipative provenienti dalla collettività per la determinazione di scelte che siano realmente condivise. La straordinaria raccolta di firme alla quale stiamo assistendo in questi giorni e che sta facendo impallidire altre iniziative referendarie, testimonia altresì l’emersione e il consolidamento di una sensibilità molto spiccata da parte dei cittadini rispetto a questioni essenziali di interesse comune; essi, infatti, non sono più disposti a dare deleghe in bianco e ad essere destinatari passivi di decisioni calate dall’alto, che molto spesso sono espressione di un coacervo di interessi lobbistici e corporativi di stampo neo-feudale.
Per quanto riguarda i contenuti essenziali, il disegno di legge definisce l’acqua bene comune, bene di appartenenza collettiva, secondo quanto già stato sostenuto dalla Commissione Rodotà, la cui gestione viene affidata a un’Azienda pubblica regionale di diritto pubblico. La nozione di bene comune, che va ben al di là di quella di bene pubblico, impone al soggetto di diritto pubblico di gestire il bene non nella qualità di proprietario – in quanto la titolarità è collettiva – ma unicamente nell’ottica del soddisfacimento dei diritti che nei principi costituzionali trovano il loro fondamento. In questo senso, è importante rilevare la previsione nel disegno di legge di un vincolo per il gestore del servizio ad erogare un minimo quantitativo vitale sulla base degli indici di fabbisogno della popolazione, a conferma della sua impostazione fortemente garantista dei livelli essenziali.
L’importanza dell’elaborazione della nozione giuridica di bene comune va, dunque, rintracciata essenzialmente nel ruolo attribuito al gestore del servizio, da intendersi quale garante e tutore del bene in una prospettiva di effettivo soddisfacimento dei diritti fondamentali; si tratta infatti di un’impostazione gestionale che ha, sostanzialmente, la finalità di evitare ipotesi di abuso del diritto che, purtroppo, il regime dei beni pubblici tout court non solo non impedisce, ma anzi spesso agevola attraverso un intreccio affaristico pubblico-privato ed un saccheggio diffuso di beni la cui vocazione originaria va a tutti i costi salvaguardata.
Il disegno di legge è chiaro: il servizio idrico deve essere gestito da un soggetto di diritto pubblico la cui attività non deve subire alcuna contaminazione da parte del diritto societario. In questo senso s’intende non soltanto sottrarre il servizio al mercato, ma uscire dalle ambiguità delle società pubbliche che, al di là della proprietà, si muovono nell’ambito del diritto privato e quindi sono fisiologicamente orientate al profitto. Si tratta, dunque, di una scelta non soltanto conforme al diritto comunitario, che non impone agli enti pubblici né la gara né l’affidamento ad un soggetto privato, ma altresì profondamente rispettosa dell’art. 43 della Costituzione che riconosce alle istituzioni pubbliche e alle gestioni partecipate, nell’ambito dei servizi pubblici essenziali, un ruolo attivo che va ben oltre il modello regolatore.
Infine, va evidenziato che il disegno di legge non intende riproporre formule antiquate del pubblico, ma introduce un modello di pubblico partecipato, che rappresenterà la vera sfida culturale dei prossimi anni, un modello che si propone, anche in termini antagonisti e conflittuali, di combinare la democrazia della rappresentanza con la democrazia della partecipazione. (Il manifesto del 14-5-2010)
AVVISO- Il prof.Alberto Lucarelli sarà a Pescara Martedì 18 maggio presso la Sala consiliare del Comune dalle 17.30 in un incontro pubblico organizzato dal Movimento per l’Acqua Pubblica abruzzese (di cui siamo parte)-
Interverranno inoltre Alberto De Monaco del Comitato Acqua pubblica di Aprilia e Don Giorgio Moriconi della Diocesi di Pescara-Penne
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