Tanto lontano…così vicino
mar 27th, 2010 by Redazione
Se cancellano l’informazione sul mondo
di Silvestro Montanaro
Una piccola nota di agenzia raccontava come il governo cambogiano avesse minacciato di espulsione il locale rappresentante delle Nazioni Unite accusandolo di indebita ingerenza negli affari interni di quel paese. La colpa del funzionario Onu era aver chiesto un dibattito pubblico sulla corruzione. Ovviamente, nessuna traccia della notizia sui nostri media televisivi. Io, invece, potendo, ci avrei messo su una serata. Sulla Cambogia, ma sei matto? A chi vuoi che importi….Sento gia’ le critiche ed i sorrisi frettolosi di Viale Mazzini.
Effettivamente la Cambogia è un piccolo paese dall’altra parte del mondo. Perché mai ciò che vi accade dovrebbe interessarci con tutti i guai che abbiamo? Ora fatto salvo che questo piccolo paese è solo un importante esempio, io rispondo che sì, dovrebbe interessarci, e molto. Tanto per cominciare, perché lì ci sono i soldi nostri. Il budget nazionale della Cambogia, sede di uno spaventoso autogenocidio nel secolo scorso – sulle cui responsabilità, anche nostre, poca chiarezza si è fatta – è costituito di aiuti internazionali. Lì ci sono anche i soldi del contribuente italiano. Sistematicamente rubati da un primo ministro a vita e dai suoi famigli, mentre la popolazione vive nella miseria più disperante. Fino ad oggi, le proteste contro un simile modo di procedere erano state a dir poco flebili, oggi finalmente qualcuno alza la voce. Parlarne significa fare i conti con una certa cooperazione internazionale inefficace e poco rispettosa del proprio mandato originario. Troppo spesso si son scambiati diritti umani con lucrosi affari. Certo al primo ministro cambogiano non va che se ne parli, ma giurateci non va anche a tanti del nostro mondo, del nostro paese, che su queste pratiche hanno costruito la loro fortuna.
Sempre nella «lontanissima» Cambogia, qualche anno fa, con un colpo alla nuca, in puro stile mafioso, è stato assassinato il dirigente del sindacato delle lavoratrici tessili. La sua colpa era l’aver promosso lotte per migliorare le condizioni di lavoro e salariali delle sue rappresentate. Era riuscito a far salire il salario base alla drammatica cifra di 40 euro. La notizia sulla morte del Placido Rizzotto cambogiano è passata inosservata. Ma dove pensate che siano finite parti importantissime del nostro tessile con le relative chiusure di aziende e licenziamenti di lavoratori italiani? Proprio in quest’area. In Cambogia, Thailandia, Vietnam, Laos, ai confini con la Birmania. Migliaia di fabbriche lager, con orari di lavoro infiniti, bassi salari, niente ferie, niente pensione, niente diritti. Ci lavorano tantissimi marchi internazionali ed italiani. Gli stessi che da noi hanno dichiarato crisi e licenziato. Possibile che non si capisca che la condizione subumana delle lavoratrici di lì è la base del nostro impoverimento? Problema di nicchia?
Oppure. La Cambogia è una meta di turismo sessuale ed un paradiso della pedofilia. Decine di migliaia di ragazzine in vendita, un mercato delle verginità, un bazar di bambini e bambine per ogni turpidume. È qui che viene realizzata una gran parte del materiale pedopornografico mondiale. Sempre qui si sospetta che vengano realizzati snuff movies, film porno che si concludono con la morte reale della protagonista, e che sia fiorente il commercio di organi. Problema di nicchia? Quanti italiani vanno da quelle parti? Tantissimi…e poi tornano a casa.
Un tempo straordinario di crisi e grandi cambiamenti planetari, assetti geopolitici, nuovi poteri, ulteriori territori di crisi e potenziali guerre, nuove geografie produttive e nuova divisione del lavoro, con l’emergere di modelli di vita e costume, irrompere di nuove scienze… tutto rischia di passare sulla testa dei telespettatori italiani lasciandoli del tutto fuori ed ignari, impoverendo così cultura liberale e capacità democratica del nostro paese. Come è pensabile far sindacato, difesa dei posti di lavoro o impresa, far crescere qualità della vita, del territorio e dell’ambiente, immaginare una seria lotta alle mafie ed alla corruzione, ragionare di immigrazione o di sviluppo, ipotizzare un governo dei poteri finanziari, politiche dell’acqua e dell’energia, senza poter accedere e conoscere concretamente i nuovi territori di definizione, tutti globalizzati, su cui si muovono tali problemi?
Dalla Rai sono scomparse voci importanti dell’approfondimento giornalistico sui grandi temi internazionali e ben poche novità è stato possibile registrare nel racconto dei telegiornali sempre piu’ stretti invece in una vecchia, angusta, davvero provinciale, logica nazionale. Si annunciano inoltre scelte che, in nome di difficoltà di budget, contraddette dal perpetuarsi costosissimo di logiche lottizzatorie, porteranno alla riduzione delle sedi di corrispondenza all’estero, per altro già del tutto inutilizzate nel loro ruolo di terminali nel mondo, senza che pero’ venga minimamente immaginato un meccanismo produttivo ed editoriale capace di racconto coerente e critico della vicenda internazionale ed ancor piu’ delle dinamiche del mondo globalizzato. Rai News24, l’unica ad aver tentato e sperimentato in questo campo, non ha certezza di gruppi dirigenti e di risorse credibili. Giovanni Minoli, con la sua bella Rai Educational, sta per andare in pensione. Il programma C’era una volta, è ad un passo dalla chiusura (per questo è partita una campagna di sostegno sul sito parladinoi@yahoo.it, o Parladinoi, via Courmayeur,35, 00135 Roma). In Francia, Inviato Speciale, programma consimile, va in onda in prima serata con ascolti record. Essere cittadini globali, consapevoli delle reali dinamiche su cui si giocano i nuovi poteri e i loro conflitti, è l’unico vero, possibile ed urgente terreno di moderna democrazia. Essere informati a questo livello è il più grande dei diritti democratici a cui questo servizio pubblico sta totalmente abdicando nel suo racconto, invece, di un mondo sempre più piccolo, vecchio. Si può invertire la rotta. Credo che tutti noi, insieme, si possa provare a farlo nonostante tante cose – come la recente rinunzia ad informare politicamente in campagna elettorale, cioè nel momento più necessario – lascino disperare. (da Il Manifesto 26 marzo 2010)
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