Fabrizio De Andrè : Le parole che avremmo voluto scrivere noi….
gen 10th, 2009 by Redazione
…..le ha scritte Sandro Podda su Liberazione del 10 gennaio 2009
Sono riusciti a cambiarci o non siamo cambiati mai?
Quanti si dovrebbero vergognare della loro passione per Fabrizio De André? È la domanda che mi gira in testa in questi giorni, senza risposta, con una punta di rabbia, specie quando mi spingerebbe ad alzare la mano tra quelli che ammettono la loro inadeguatezza umana rispetto all’asticella troppo alta della poesia di Fabrizio.
Giorni di grandissime e rituali celebrazioni, giorni in cui tutte e tutti sembrano adorarlo e capaci di citare a memoria ogni suo verso. In cui viene da chiedersi quanto sarebbe diversa la squallida quotidianità che si vive, dove il Potere si perpetua attraverso la complicità, la cooptazione, o la semplice indifferenza, se a questa adorazione corrispondesse l’azione. Figurarsi, non sono i tempi della coerenza questi, se sono mai esistiti. Sono tempi in cui ci si allena con la “ginnastica d’obbedienza”, in cui l’unica reazione all’arroganza di quel Potere che da “coglioni” si segue e si sostanzia è “un coro di vibrante protesta”. Cosa avrebbe da dirne De André. Cosa gliene rimarrebbe da dire che non abbia già scritto, cantato, immaginato.
Più che un cantautore impegnato é stato un poeta. Banale ripeterlo, impossibile non riaffermarlo. Non descriveva, non denunciava, non puntava il dito, perché il suo dito più lungo rimaneva comunque il medio e mai l’indice. Semplicemente ha svelato e svela, ha offerto e offre a tutti quello specchio di cui parla Borges in una sua poesia, l’ “Arte Poetica”: “A volte nelle sere una faccia/ ci guarda dal fondo di uno specchio;/ l’arte deve essere come quello specchio/ che ci rivela la nostra propria faccia”. E quella che ci svelano le canzono/specchio di De André, non sono affatto delle gran belle visioni. Forse per la stanchezza degli occhi con cui guardiamo, “troppo stanchi per non vergognarsi/ di confessarlo nei miei/ proprio identici ai tuoi/ sono riusciti a cambiarci/ ci sono riusciti lo sai”.
Ha cantato “l’astio e il malcontento/ di chi è sottovento/ e non vuole sentir l’odore/ di questo motor/ che ci porta avanti/ quasi tutti quanti”, mai “per l’Amazzonia e per la pecunia/ nei palastilisti”. Del desiderio di chi vorrebbe “vivere in una città/ dove all’ora dell’aperitivo/ non ci siano spargimenti di sangue/ o di detersivo”.
Cosa ci resta? Tanto, se non ci si vuole mettere in fila dietro agli “addetti alla nostalgia/ (che) accompagnarono tra i flauti/ il cadavere di Utopia”.
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Fabrizio De André, un’ombra inquieta.
Ritratto di un pensatore anarchico – Edizioni Il Margine
Libro di Federico Premi
Recensione di Laura Tussi
Fabrizio De André ha sempre praticato consapevolmente l\’esercizio del pensiero e la sua opera politica e musicale rappresenta una sapiente e radicale critica alla concezione borghese dell\’esistenza.
L\’autore del libro, Federico Premi, avvalora questa ipotesi tramite l\’analisi dei manoscritti inediti di De André, disponibili presso il centro studi Fabrizio de André dell\’Università di Siena, dove appaiono ricorrenti i riferimenti alla tematica anarchica e alla critica della società borghese. “È tempo di tornare nomadi. Siamo stati sedentari per troppo tempo. Bisogna rimettersi in cammino”. Fabrizio De André continua a ripetere questo concetto nelle sue canzoni e nei moltissimi appunti manoscritti.
La vita infatti è un continuo processo di metamorfosi, di cambiamento, di ricerca nella costante resistenziale e febbrile dell\’erranza.
Secondo De Andrè, l\’anarchia, oltre che forma di autogoverno alternativa all\’attuale sistema di potere, rappresenta il solo antidoto contro l\’omologazione sociale e culturale, contro la pianificazione categorica e l\’arbitrio imperante. Tra gli aspetti più inquietanti dell\’immobilismo della società contemporanea è l\’assuefazione universale alla logica capitalista. Il verbo del fondamentalismo capitalista si è imposto ovunque, operando una drastica reductio ad unum, un’inaudita uniformizzazione, pianificazione, normalizzazione del sistema e omologazione culturale. L\’umanità dovrà attuare presto un nuovo sistema politico ed economico e una diversa e più virtuosa cultura del confronto e dello scambio, non più fondate esclusivamente sul torvo e bieco valore del profitto e del tornaconto, nella realizzazione di un\’utopia sommessa e confessata in versi, all\’interno di un discorso cifrato ed elusivo nelle canzoni di De André, che canta una critica serrata al mondo borghese del conformismo allineato. Infatti, borghese è, in ogni tempo, l\’invincibile inerzia dello spirito, l\’ossessione per l\’agio e la stabilità, matrice di ogni idolatria, che costituisce il momento statico immortale dell\’esistenza del singolo e della società. La morale borghese è mortifera, in quanto vuole bloccare il divenire, nella pretesa di uniformare, omologare, conformare e rendere tutti gli uomini simili fra loro, equivalenti, intercambiabili, perché il borghese si preoccupa di essere integrato, allineato e leale con il sistema. Un\’autentica rivolta esistenziale consiste nel riconoscere il proprio stato di uomini colonizzati e allineati, per liberarsi dagli ingranaggi del sistema e divenire Anime Salve, riappropriandosi di se stessi e della propria vita in modo unico e originale. Il potere persuasivo di ogni sistema, fondato su valori fissi e indiscutibili, provoca paura e disorientamento per ogni diversità e alterità anarchica, opposta all\’ingranaggio del quotidiano. Il borghese non sa riconoscere il proprio intimo essere, l\’ “ombra inquieta” che si muove nelle pieghe dell\’anima e della storia.
Il Faber pensatore affronta dunque i temi della borghesia e dell\’anarchia come categorie dello spirito, del potere e della costante resistenziale, tra morte, solitudine e natura, tra follia e diversità, per cui l\’artista diviene anticorpo del sistema vigente e cantore di bellezza e utopia.
Laura Tussi