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giù le mani dall'acqua_bella addormentata

Sappiamo bene che in Italia nessuna battaglia in difesa dell’ambiente e del bene comune si può considerare definitivamente vinta: tante volte abbiamo visto rimettere in discussione nostre conquiste nel campo della tutela e della conservazione della natura e dell’ambiente.

È quanto sta accadendo con la straordinaria vittoria ai referendum contro la privatizzazione dell’acqua del 12 e 13 giugno 2011: come saprete, infatti, il Governo sta avviando una strategia di liberalizzazioni generali che molto probabilmente dovrebbe coinvolgere anche il settore dell’acqua.

Il chiarissimo responso dei referendum verrebbe messo da parte per tornare a perseguire il progetto di procedere alla privatizzazione del servizio idrico.

A questo tentativo va data una risposta forte, perché il voto della maggioranza delle italiane e degli italiani non può essere tradito.

Aderiamo quindi all’appello lanciato sul sito del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua ed invitiamo tutti a sottoscriverlo subito per dare nuovamente forza al popolo dell’acqua.

Firmate e fate firmare l’appello nel sito http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php

e, laddove è possibile, prendete contatti con i referenti locali del Forum (per l’Abruzzo : www.nonlasciamolifare.org) per aderire alle iniziative che si stanno programmando in tutta Italia.

Come abbiamo scritto e detto tante volte durante la campagna referendaria: “Si scrive acqua e si legge democrazia”!

Le nuove norme sulla Valutazione di Impatto Ambientale prevedono newsletter per i cittadini, progetti da consultare via WEB, istruttorie fatte da funzionari esperti che hanno pubblicazioni nelle materie, controlli a campione per tutelare salute e ambiente. Falso l’aggravio delle spese, non si vuole la meritocrazia in Regione e tra le aziende?

Chi ha paura di una newsletter digitale con cui informare costantemente cittadini, organi di stampa e gli stessi consiglieri regionali della presentazione dei progetti inviati per la Valutazione di Impatto Ambientale e con cui trasmettere l’ordine del giorno del Comitato V.I.A. regionale? Chi ha paura che i cittadini possano accedere, come accade in Lombardia, a tutti gli elaborati progettuali via WEB? Come è possibile criticare l’obbligo per il comitato VIA di non decidere solo sulla carta e dalla sedia e di fare i dovuti sopralluoghi – che ora non si fanno – nei posti dove si vogliono fare cave, impianti di rifiuti, industrie ecc.? Chi ha paura dei controlli sulle opere per il rispetto delle prescrizioni a favore di ambiente e salute che sarebbero già obbligatori da 20 anni? Chi non vuole far svolgere le istruttorie a personale specializzato che esiste già in regione?

In questi giorni tutte le principali associazioni ambientaliste e i comitati spontanei che in Abruzzo hanno a che fare con il Comitato V.I.A. della Regione e ne criticano le procedure stanno assistendo attoniti ed increduli al ricorrersi di dichiarazioni di esponenti politici di maggioranza e confindustriali contrari alle nuove norme appena varate sulla Valutazione di Impatto Ambientale. La legge approvata dal Consiglio Regionale su proposta del Consigliere Maurizio Acerbo di Rifondazione contiene però solo norme di buon senso e di garanzia per i cittadini e per le stesse aziende che vogliono lavorare seriamente e che spesso scontano la diffidenza che si scatena su ogni progetto, anche quando positivo. Non è meglio far conoscere prima alla cittadini i progetti per evitare che si scatenino le proteste e le inchieste dopo, con perdite di tempo e dispendio di risorse? Evidentemente i cittadini sono diffidenti perchè in questi anni il comitato V.I.A. ha approvato in sordina progetti come il Centro Oli (smontato poi da uno studio del Mario Negri sud), la Mare-Monti (poi sequestrata, il comitato V.I.A. non si era accorto che l’opera entrava in una riserva…della Regione), il Porto di Francavilla (il Comitato non si era accorto che il porto era in un sito di bonifiche nazionali ed è dovuto intervenire il Ministero dell’Ambiente), la centrale Powercrop ad Avezzano (il comitato ha valutato l’impatto sulla qualità dell’aria della centrale prendendo i dati relativi non alla conca del Fucino ma ad Ovindoli a 1400 metri di quota!). Evidentemente c’è chi ha paura della trasparenza e della maggiore informazione dei cittadini e cerca di tenerli invece all’oscuro. Vuol dire che c’è qualcosa da nascondere e avevamo ragione a contestare il funzionamento del comitato V.I.A.! In realtà la Regione Abruzzo è stata finora nel Medioevo per quanto riguarda le procedure di V.I.A. Le altre regioni (Lombardia, Veneto, Puglia, Toscana ecc.) hanno leggi regionali mentre noi abbiamo una scarna delibera di giunta che viene modificata a piacimento senza alcun confronto con i consiglieri regionali e la cittadinanza. Nelle altre regioni una cosa del genere sarebbe improponibile e la dice lunga il fatto che puntualmente i consiglieri regionali cadono dalle nuvole quando i cittadini li avvisano di centrali, impianti ecc approvati dalla Regione che dovrebbero governare. Quasi tutte le norme approvate sono simili a quelle vigenti da oltre 10 anni in altre regioni (anzi, sono meno rigide, basti pensare che in Puglia l’allora Governatore Fitto ha reso obbligatoria la consultazione preventiva delle associazioni ambientaliste su ogni progetto).

Il rappresentante di Coinfindustria Primavera si è sentito in dovere, senza evidentemente aver letto la legge, di intervenire nel dibattito. Come nell’imitazione di Crozza, dove Marchionne vede la FIOM dappertutto, così il Primavera filo-petrolio appare talmente terrorizzato dagli ambientalisti da vederli dappertutto. Ha così sostenuto una cosa totalmente infondata, cioè, che gli ambientalisti con la nuova legge avrebbero partecipato al comitato V,.I.A. prendendo le decisioni sulle opere, quando la nuova legge disciplina esclusivamente le audizioni (di tutti, quindi anche di Primavera) alle riunioni del Comitato!

Una delle tesi più assurde, soprattutto per consiglieri che governano la Regione, è che la Regione Abruzzo, su quasi 2000 dipendenti, non avrebbe personale con all’attivo pubblicazioni scientifiche nazionali o internazionali sulle diverse materie (rifiuti; fiumi; geologia ecc.) per condurre le istruttorie come vuole la legge ora in vigore. Secondo loro ciò comporterebbe nuovi oneri per la regione per addirittura 2 milioni di euro per le convenzioni da stipulare con enti scientifici. Ricordiamo che l’analisi dei progetti viene svolta su elaborati presentati dalle aziende e redatti spesso da professori universitari che i funzionari si trovano a dover valutare a garanzia dei cittadini. Questi consiglieri ignorano incredibilmente che la Regione ha, fortunatamente, decine di funzionari che pubblicano su riviste internazionali prestigiose e che vengono addirittura invitati ai convegni dell’Accademia dei Lincei. Purtroppo chi garantisce prestigio alla regione rimane nell’ombra e non è conosciuto dai consiglieri: questa allora è l’occasione per far trionfare la meritocrazia tanto cara al Presidente Chiodi. E’ veramente sconfortante che rappresentanti istituzionali prestino ascolto evidentemente a voci incontrollate senza verificarne l’autenticità. Peraltro la Regione Lombardia fa pagare profumatamente le istruttorie ai proponenti (e Primavera dovrebbe iniziare a preoccuparsi perchè potremmo proporlo anche in Abruzzo…) e che le altre regioni hanno inserito direttamente nel comitato V.I.A. figure di altissima specializzazione (la Puglia chiede professori universitari o laureati con almeno 10 anni di esperienza nel settore di riferimento; idem la Regione Veneto!).

Nell’era dell’informazione e del WEB, dell’accessibilità e della voglia di partecipazione non si può dimostrare un’allergia per le regole che rendono “trasparente il palazzo” che è di proprietà dei cittadini e non di singoli alti funzionari che vogliono mantenere uno “status quo” auto-referenziale degno del Far West. La politica non può essere ostaggio di chi vuole difendere rendite di posizione acquisite in questi anni dimostrando che le idee e la progettualità che sostengono sono così utili per tutti da non temere il confronto con i cittadini alla luce del Sole.

Cosa cambia con la nuova legge sulla V.I.A.

Finalmente rispettata la direttiva UE sulla libera concorrenza e recuperati i principi temporali alla base delle concessioni per le aree demaniali dei litorali.

Battuta d’arresto per il business dei privati sulle concessioni delle spiagge ai danni dello Stato”. Così il WWF Italia commenta la norma sulle concessioni delle spiagge contenuta nella bozza del Decreto legge sulle Liberalizzazioni.

Il provvedimento risponde finalmente alla direttiva europea Bolkestein, che detta le regole per la libera concorrenza, e recupera i principi temporali posti alla base del codice delle concessioni. L’assenza di gare per la gestione delle aree demaniali degli arenili destinati a stabilimenti balneari rappresenta storicamente un enorme guadagno per i privati, che per decenni hanno goduto di condizioni di privilegio, e, di conseguenza, significative entrate in meno per lo Stato. Secondo il dossier del WWF Italia WWF dossier_SABBIA_ORO DI TUTTI VANTAGGIO DI POCHI (2010), infatti, gli introiti per lo Stato derivanti dalle concessioni demaniali sono di circa 103 milioni per 18 milioni di metri quadri dati in concessione, ovvero circa 5 euro e 72 centesimi all’anno a metro quadro, contro i 2 miliardi di euro dichiarati dai gestori. Ma secondo alcune stime le imprese legate alla balneazione arrivano addirittura a guadagni di oltre 16 miliardi di euro all’anno”.

Il problema delle aree demaniali marittime – conclude il WWF – è anche quello di congelare il rilascio di nuove concessioni visto che gli stabilimenti balneari sono passati da circa 5mila di 10 anni fa a quasi 11mila di oggi. Esiste dunque una grandissima possibilità di aumento degli introiti economici a vantaggio pubblico senza un’ulteriore occupazione di suolo e senza pregiudicare la libera fruizione delle nostre spiagge, e il provvedimento del Governo sta andando in questo senso”.

Contro lo spontaneismo

di Christian Raimo (Il Manifesto del 20-10-2011)

Se questo movimento vuole diventare adulto deve formarsi una coscienza su cosa vuol dire stare in piazza. Altrimenti è destinato alla sconfitta. È difficile provare gli stessi sentimenti di qualcun altro. Lo sappiamo bene in una qualsiasi relazione a due, figuriamoci quando si è in trecentomila. Indire una manifestazione che avesse come collante un sentimento comune come l’indignazione porta in piazza per lo spazio di un pomeriggio persone che in realtà pensano (e provano) cose molto differenti: grillini e Acrobax, radicali e Teatro Valle, umanisti e Fiom. L’ultima volta che si era vista una manifestazione così grande, convocata a livello internazionale, era stato per la guerra in Iraq.
Lì il sentimento era più chiaro e assomigliava a una ragione. L’altro giorno invece i motivi per cui la gente era in piazza erano molto diversi, anche divergenti: chi era contro la gestione di questa crisi da parte della finanza, chi era contro questo governo, chi era contro la casta, chi proponeva un’alternativa di governo di sinistra, chi reclamava il diritto all’insolvenza e al reddito garantito, chi urlava come in Argentina «que se vayan todos», chi voleva fare casino, chi voleva presentarsi come un nuovo soggetto politico credibile, chi voleva far parte di una grande manifestazione semplicemente civile, chi voleva lo scontro con la polizia a ogni costo. Le risse tra manifestanti pacifici e ragazzini incappucciati o lo sputo a Pannella indicano questo fritto misto con banalità.
Se il sentimento del 15 doveva essere una enorme comune indignazione, i sentimenti del giorno dopo non sono per niente comuni. C’è losconcerto, la delusione, la rabbia, ma anche la soddisfazione, la rivendicazione per com’è andata. E c’è l’incredulità, la sensazione di essere stati presi in giro, quella di non aver capito che cosa doveva essere il corteo, o il gusto di essere riusciti a trasformare un comizietto in una battaglia. Anche qui: lo sappiamo in una relazione a due quanto è difficile non capirsi sui sentimenti, figuriamoci in trecentomila. L’impressione che molti hanno avuto è che si sia verificata una doppia strumentalizzazione. Chi voleva alzare il livello dello scontro si è fatto scudo di un corteo che per la sua stragrande maggioranza non aveva nessuna intenzione di sfilare con chi spaccava vetrine. Chi voleva una manifestazione superpacifica non aveva realizzato fino a oggi che esprimere indignazione non può semplicemente equivalere a scrivere un «non mi piace» su facebook, ma richiede una quota di responsabilità, l’obbligo di schierarsi, di prendere posizione – letteralmente – in una piazza che definisce addirittura in senso geografico la tua identità politica (qualcuno si è accorto che stare all’inizio o alla fine del corteo non era la stessa cosa).
La scusa per questo – chiamiamolo in maniera eufemistica – fraintendimento, ma che è appunto stata una reciproca strumentalizzazione, si è chiamato finora spontaneismo. Si va in piazza, qualcosa succederà. Ci si indigna, si esprime rabbia, le conseguenze verranno da sé. In nome dello spontaneismo la manifestazione poteva finire con il comizio fiume a Piazza San Giovanni, oppure con l’occupazione di migliaia di persone della piazza, oppure con lo sfondamento della zona rossa, oppure – come molti evidentemente avevano progettato senza alcuna spontaneità – con la guerriglia che abbiamo visto. Le due parti che si sono reciprocamente strumentalizzate (gli indignati della domenica e i casseurs) oggi si trovano di fronte a una necessità: diventare adulte e cioè responsabili. Altrimenti la speculare delega che l’una ha fatto nei confronti dell’altra (delega alle pratiche l’una e delega al coinvolgimento civile l’altra) farà rimanere questo movimento quello che è: un bambino piccolo che frigna.
Che dice: «Che bello! Che bello!» quando può partecipare al potlatch di San Giovanni, oppure fa spallucce schifate di fronte alle immagini degli scontri, attribuendoli solo a pochi (etichettati in fretta come infiltrati, teppisti, e nerume vario).
Quelli che sono chiamati con ancora più urgenza a questa responsabilità sono coloro che conoscono entrambe le parti. Chi fa politica dal basso di questi ultimi anni, dalla Fiom ai No Tav al Teatro Valle Occupato agli studenti universitari, l’altro giorno non per caso si è a un certo punto trovato costretti, da via Labicana in poi, a fare un immediato passaggio all’età adulta, deviando un corteo con decine di migliaia di persone e inventando una nuova manifestazione che ha attraversato la città, da Circo Massimo a San Lorenzo, fino alle nove di sera, nell’indifferenza piuttosto colpevole dell’informazione. Chi erano questi manifestanti? Tutta gente spiazzata, ma che non voleva andarsi a fare massacrare a San Giovanni e allo stesso tempo non si arrendeva a ripiegare a casa spaventata e depressa, a guardare ancora una volta la politica da uno schermo televisivo.
A partire da qui si devono elaborare nel più breve tempo possibile le risposte alle questioni che questo movimento continua a porre senza proporre soluzioni credibili però: la questione del governo e quella della rappresentanza. Ossia i due grossi buchi che vent’anni di non-partecipazione e repressione (Berlusconi, Genova, e la crisi: riassumiamola così) hanno prodotto. E la risposta dev’essere rapida, che sia autogoverno, autorappresentanza, bene comune; prima di essere nuovamente scavalcati da un populismo qualunque: Maroni, Grillo, o al limite Er Pelliccia.
Ma anche – ed è forse il tema prioritario – occorre un grande riflessione sulle pratiche della protesta e del conflitto. Indipendentemente dagli usi e abusi della polizia. Le persone che scappavano l’altro giorno da San Giovanni non avevano il cacerolazo in mano, in molti casi erano madri e padri con i bambini piccoli al seguito o vecchi che si riparavano in un portone: avevano valutato che la piazza sarebbe stato un luogo non rischioso. La prossima volta (anche al netto dei balzelli deliranti di Maroni e dei coprifuoco pinochettiani di Alemanno) ci penseranno due volte prima di manifestare. (Parentesi: degli studenti di quindici, sedici anni che conosco, qualcuno titubante ha deciso che gli è bastato quello che ha visto in tv, qualcun altro – fascistello come si può essere a quindici anni – ha pensato di aver mancato un’occasione).
La questione allora non è il servizio d’ordine, ma la trasparenza. Il grande successo che questo movimento si rivendica giustamente è stato quello dei referendum: i referendum non sono stati soltanto un grande momento di democrazia partecipata, ma hanno messo in luce l’unica forza possibile per una politica dal basso oggi: la conoscenza condivisa. I referendum sull’acqua o sul nucleare non toccavano soltanto questioni di coscienza o di indignazione politica, ma chiamavano chi votava a formarsi una sua conoscenza su un tema così complicato oggi come quello delle politiche energetiche. Il 14 giugno è stata una data importante per tanti motivi, ma lo è stato anche per la vittoria dell’intelligenza e della conoscenza condivisa contro la sciatteria e la chiusura dell’informazione. Per questo la frase che si sente dire in questi giorni «ognuno sta in piazza come vuole» è il solo segno tangibile di un arretramento culturale e di una sconfitta politica. Perché non chiede responsabilità né condivisione di conoscenza. Oggi ognuno di noi – proprio perché il deserto di partecipazione si sta cominciando a ripopolare solo oggi – può e deve formarsi una coscienza anche su cosa vuol dire stare in piazza, e non delegare del tutto a qualcun altro la propria rabbia o la propria tutela. E proviamo anche a crescere nell’autonarrazione, richiediamoci complessità di analisi: su questi benedetti “fatti di Roma”, evitiamo sintesi pret-à-porter e automatismi, alimentiamo d’ora in avanti un dibattito continuo e articolato. Che avvenga sui giornali, dal vivo, in rete. Solo questo vuol dire democrazia. Il resto è narcisismo politico.

La lettura della manovra di Ferragosto e del dibattito politico che ne ha accompagnato la presentazione produce una sensazione di profonda preoccupazione in chi ha a cuore la democrazia ed i beni comuni. Impressiona in particolare la disinvoltura con cui si maneggia una materia tanto delicata e fondativa di un ordine giuridico legittimo quanto quella della gerarchia delle fonti del diritto. La manovra mette in moto una sorta di processo costituente de facto che di per sé denuncia la natura profondamente incostituzionale, a diritto vigente, della filosofia ispiratrice dell’intero provvedimento.

Al primo articolo si legge infatti che il Decreto legge è emanato “In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio”. All’art. 3 si aggiunge che:“In attesa della revisione dell’art.41 della Costituzione, Comuni, Provincie, Regioni e Stato, entro un anno dalla data di entrata in vigore della Legge di conversione del presente Decreto, adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge”.

L’art. 41 è uno dei perni della Costituzione economica italiana vigente. Esso sancisce che : “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

In Italia il processo di revisione costituzionale può svolgersi soltanto ai sensi dell’art. 138 Cost. che prevede doppia votazione in ciascuna Camera ed eventuale referendum confermativo. Fino a che questa revisione costituzionale non è avvenuta, la vigente Costituzione economica italiana è quella mista, che prevede un sistema di libera iniziativa privata sottoposto tuttavia a controlli anche preventivi volti a salvaguardare l’interesse sociale e la dignità della persona e l’ambiente . Cancellare per decreto ogni potere di controllo politico sull’attività economica costituisce una violazione palese e profonda del nostro tessuto costituzionale vigente che lo sbilancia in modo ancora più evidente a favore dell’interesse privato (spesso multinazionale) ai danni di quello delle persone comuni.

A ciò si aggiunga che la nostra Costituzione struttura uno stato sovrano cui non può essere precluso da poteri esterni di qualsivoglia natura di investire sul lungo periodo, promuovendo la persona umana ed il suo sviluppo oltre a molteplici altri valori non economici (solidarietà, ambiente, paesaggio, ricerca scientifica, istruzione) anche nell’interesse delle generazioni future. Il Decreto viola inoltre la funzione costituzionale del risparmio, frutto dei sacrifici dei lavoratori, di cui all’art. 47 della Costituzione. La preconizzata costituzionalizzazione del pareggio di bilancio rende impossibile l’investimento sociale ed impone una visione aziendalistica dello Stato che la nostra costituzione non contiene in alcun modo ma che è soltanto una delle cifre di quel fallimentare modello neoliberista, ancora troppo potente anche in Europa, che non ammette di aver prodotto la profonda crisi attuale.

E’ assolutamente necessario affermate con forza che il popolo sovrano, composto nella stragrande maggioranza di quelle persone comuni ai cui danni la crisi si sta orchestrando, si è espresso appena due mesi fa nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione tramite i referendum in modo politicamente inequivocabile contro il modello di sviluppo neoliberista che il Decreto di ferragosto ripropone pervicacemente. In particolare, sul piano del diritto costituzionale vigente non può essere riproposta la privatizzazione\liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Il clima di emergenza internazionale va verificato nella sua reale portata politica prima di affrettare manovre di pareggio dei conti in contrasto con i valori di solidarietà sociale della nostra Costituzione.

È questa, non quella dei mercati finanziari, l’indicazione politica che occorre seguire in Italia: un’indicazione inequivocabile che dopo vent’anni di neoliberismo ha affermato a maggioranza assoluta che, nel governo dei beni comuni, il privato non è sempre “la soluzione” ma molto spesso è esso stesso “il problema”. Il popolo ha fatto pervenire un’ indicazione politica chiara volta a riequilibrare il rapporto fra privato e pubblico a favore di quest’ultimo, dando immediata e piena attuazione agli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione.

Di fronte a questo scenario sconcertante, che fa emergere una vera e propria emergenza beni comuni, rivolgiamo un appello al movimento referendario tutto affinché esso dichiari conclusa la stagione referendaria specifica, investendo di qui in poi energia e risorse (incluse quelle del rimborso elettorale) per dare finalmente voce autorevole e rappresentanza politica seria alla necessità urgente di invertire la rotta rispetto alla privatizzazione ed al saccheggio dei beni comuni.

Alle forze politiche di opposizione ed al sindacato (in particolare la CGIL) chiediamo di consultare immediatamente le loro basi su questo cruciale spartiacque facendosi successivamente paladini di una ristrutturazione seria del settore pubblico informata alla piena tutela dei beni comuni, del patrimonio pubblico, della sovranità popolare e dei valori della nostra Costituzione.

Agli amministratori infine, chiediamo di rispettare rigorosamente la Costituzione vigente, disapplicando se del caso, in ottemperanza di un preciso obbligo costituzionale di tutti i pubblici ufficiali, quelle parti del Decreto di ferragosto che più brutalmente tradiscono la volontà popolare emersa dai referendum di giugno.

Alla cittadinanza onesta e a quanti hanno accesso al sistema mediatico infine estendiamo un invito a sottoscrivere questo appello su www.siacquapubblica.it, a sostenerlo promuovendone la conoscenza e la diffusione.

I giuristi estensori dei quesiti referendari sull’ acqua bene comune: Alberto Lucarelli, Ord. Univ Napoli, Assessore ai Beni Comuni, Napoli, già componente Commissione Ministeriale per riforma dei beni pubblici; Ugo Mattei, Ord. Univ. Torino, già vice-presidente Commisssione Ministeriale per la riforma dei beni pubblici; Luca Nivarra, Ord. Univ. Palermo, già componente Commisione Ministeriale per la riforma dei beni pubblici; Gaetano Azzariti, Ordinario di Diritto Costituzionale, Università di Roma La Sapienza.

Primi firmatari: Livio Pepino, Ex magistrato, già Componente CSM; Alex Zanotelli, Missionario Comboniano; Giorgio Airaudo, Responsabile auto, Segretaria Nazionale FIOM; Gabriele Polo, Direttore Editoriale, Il Manifesto; Giorgio Parisi,Fisico, Accademico dei Lincei.

SOTTOSCRIVI L’APPELLO!

Venerdì 15 luglio ore 17.00

Tutti/e al Comune di Pescara  per protestare contro l’ennesima incivile ordinanza di questa amministrazione

Facciamo sentire la voce dei cittadini che vogliono una città vivibile. Passa parola!

Come ogni anno arriva puntuale l’ “emergenza parcheggi” , puntuali le lamentele dei balneatori, puntuale il provvedimento salvifico, sempre più fantasioso (e incivile). Come non ricordare le auto e i motorini che scorrazzavano senza regole sui marciapiedi della riviera Nord due anni fa?

Programmare la mobilità di una cittadina balneare pare impresa troppo ardua per chi amministra, preoccupato solo di accontentare questa o quella lobby che a turno chiedono provvedimenti ad hoc.

Già da un anno si sapeva che i costruttori non avrebbero dato le aree della pineta Nord se non in cambio di volumetrie che l’amministrazione ha giustamente rifiutato di concedere. La soluzione per quest’anno era già stata trovata: l’area di risulta, un’ area parcheggio in pieno centro, a pochi metri dal lungomare, idonea ad accogliere circa 3000 autovetture e un servizio di bus navetta per raggiungere comodamente gli stabilimenti balneari.

Che bisogno c’era di creare una ulteriore zona di parcheggio sulla cosiddetta strada parco?

Ci sembra un’ ordinanza schizofrenica e diseducativa che va in netta controtendenza con gli obiettivi, sbandierati fino a ieri in difesa della filovia, di riduzione del traffico veicolare in città e dell’inquinamento conseguente.

Come può essere considerato un “successo politico” portare migliaia di autovetture sull’unico asse viario deputato alla mobilità ecologica?

Non sarebbe più logico sperimentare il passaggio dei bus navetta (potenziandone il numero e la frequenza) dall’area di risulta sul tracciato della strada parco?

É ovvio che, dando la possibilità di parcheggiare lungo il tracciato, nessun cittadino sceglierà di parcheggiare sull’area di risulta. É ancora un occasione mancata da parte dell’amministrazione di educare i cittadini all’uso del mezzo pubblico, come avviene in tutta Europa, dove le politiche sulla mobilità tendono a disincentivare l’uso delle automobili e a non facilitarne l’ingresso in città.

Invitiamo il sindaco Mascia a ritirare l’ordinanza.

Il WWF e l’Associazione Marelibero.net esprimono soddisfazione per la condanna di Filippo Antonio De Cecco e del direttore dei lavori Di Mascio da parte del giudice di primo grado del Tribunale di Pescara per lottizzazione abusiva. 11 mesi (pena sospesa) e un’ammenda di 39.000 euro per De Cecco, 6 mesi  (pena sospesa) e 24.000 euro di ammenda per il direttore dei lavori Nicola Di Mascio.

Per le associazioni, che da anni chiedono il rispetto delle regole sulla gestione del litorale e delle spiaggie, si tratta di una condanna esemplare che deve essere di monito per chi intende tuttora perseguire le deregulation totale sulle spiaggie abruzzesi.

Importante la decisione del Tribunale di disporre l’immediata riduzione in pristino della situazione antecedente l’abuso edilizio. Il fatto che il Tribunale abbia deciso di trasmettere “motu proprio” la sentenza a Regione Abruzzo e Comune di Pescara rende evidente la gravità della situazione accertata sulla spiaggia a Pescara.

Ai cittadini in questi anni è stata sottratta la Vista Mare per lunghissimi tratti del litorale: è un fatto intollerabile che incide negativamente sulla qualità della vita di una città rivierasca. Quella di oggi è una vittoria dei cittadini, delle associazioni e del movimento che da anni denunciano la completa cementificazione delle spiagge, spesso abusiva come “Les Paillotes”. (tutti gli articoli  su Demanio Marittimo)

Il fatto che il cosiddetto “Decreto Sviluppo”, su cui il Governo ha posto la fiducia, non contenga più la possibilità di concedere un diritto di superficie ventennale (inizialmente era novantennale) sugli arenili ricadenti sul demanio pubblico rappresenta certamente una buona notizia, anche se sono già in corso pressioni per riprendere la questione all’interno di un nuovo provvedimento, osservano WWF e FAI.

L’accantonamento è stato dettato anche da problemi tecnico giuridici visto che nell’applicazione il diritto di superficie, sovrapponendosi alla concessione demaniale, complicava non poco le gare di assegnazione comunque richieste dall’Unione Europea; inoltre creava una situazione di fatto a vantaggio di coloro che avrebbero edificato, e a svantaggio dello Stato”, commentano WWF e FAI.

Una considerazione più politica deriva poi dal fortissimo richiamo che gli elettori hanno fatto con il referendum rispetto ai beni comuni e, più in generale, rispetto all’interesse pubblico che dev’essere sempre prevalente rispetto a quello dei privati, soprattutto quando questi ultimi hanno la possibilità di fare reddito utilizzando i beni di tutti. Il senso di svendita delle spiagge, di cessione di fatto di pezzi del demanio, di cedimento dello Stato rispetto alle lobby dei balneari, era enorme alla luce del provvedimento. Non è stato un caso dunque che il provvedimento sia stato modificato due giorni dopo la vittoria dei “SI’” ai referendum.

Come denunciato sin dall’inizio da WWF e FAI l’utilizzo di un istituto privatistico, qual è il diritto di superficie (che, assieme alla “proprietà”, fa parte di quei diritti detti “reali”), alterava completamente il rapporto tra Stato e Privati (a favore di questi ultimi) nella gestione dei beni marittimi demaniali che sino ad ora erano regolati dal Codice della Navigazione ed in particolare da un istituto pubblicistico qual è quello della “concessione”.

La battaglia segna dunque oggi una vittoria degli interessi collettivi, ma, come già accaduto in passato, la potente azione di lobby che aveva determinato il provvedimento governativo poi ritirato non si placherà e non rinuncerà a chiedere l’impossibile.

“Massa critica”

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Norma Rangeri  da Il Manifesto del 14-6-2011

Se i risultati delle elezioni dei sindaci segnano una svolta, quelli dei referendum la definiscono: il 57 per cento di votanti polverizza la soglia del quorum e ci consegna una svolta storica. Osteggiati dai partiti, irrisi dagli analisti, boicottati dal populismo berlusconiano, i referendum resuscitano e segnano, come già molte altre volte nella nostra storia, il tramonto di un’intera fase politica. Un messaggio chiaro (e devastante) per le destre, un avvertimento (preciso) per il centrosinistra.

Ha vinto un paese stufo ma non rassegnato, che fa da sé e si muove con strutture orizzontali, per piccoli gruppi, organizzando la propria agenda tra lo scetticismo generale, con l’appoggio di qualche giornale e l’oscuramento dei grandi mezzi di comunicazione. Dimostrando di essere capaci di rappresentare l’interesse generale: prima raccogliendo milioni di firme, poi portando al voto una larghissima maggioranza dei cittadini (dentro quel 57 per cento c’è il 93 per cento di sì).

Trainato dall’apparente ossimoro di questioni insieme concrete e di grande valenza simbolica, si è mosso un altro modo di fare politica e la politica finalmente ha ripreso quota. Dall’acqua pubblica al nucleare (indicazioni programmatiche di un’agenda ecologista-antiliberista) al legittimo impedimento (voto popolare contro Berlusconi), dalla partecipazione del mondo cattolico (fino al papa) al popolo della Rete e dei Comitati, il voto referendario mantiene saldamente la rotta alternativa tracciata dalle elezioni amministrative, la conferma, la rafforza, la spinge verso nuovi approdi.

La scandalosa affluenza fa scoppiare la vecchia coppia al potere: Bossi e Berlusconi, insieme sugli altari della lunga stagione dell’egoismo sociale, insieme nella crisi con la propria base elettorale. Bossi che si unisce a Berlusconi nell’ostentazione dell’astensione (mentre tutto il nord corre al voto) è solo l’ultimo segno del declino. Ma la campana suona anche a sinistra, parla al principale partito di opposizione che affigge i manifesti con i quattro Sì solo a pochi giorni dall’appuntamento elettorale.

Nessun recinto regge all’urto di un’onda che chiede di uscire dall’incubo del berlusconismo cambiando i connotati al linguaggio, capovolgendo le priorità della politica, come la passione dei movimenti di piazza ha testardamente testimoniato. Pochi nelle vecchie élite hanno avuto la capacità di ascoltare e decifrare il tramonto di un sistema, e sui referendum solo Di Pietro ha lavorato e creduto nella vittoria.

Se si considerano le potenti armate mobilitate per far fallire la partecipazione al voto (la tv silente, le manovre di leggi-truffa sul nucleare), se si aggiunge il freno del Pd (legittimo impedimento? un boomerang), quel 57 per cento raddoppia persino il suo potenziale alternativo. Consegnando al futuro prossimo il terzo round: vinte due battaglie ora ci aspetta la terza: le dimissioni di Berlusconi. Dopo, tutti al mare.

Giovedì 2 giugno dalle 20 serata di raccolta fondi dei comitati pro-referendari
Gli artisti abruzzesi danno il loro sostegno per la campagna pro-referendaria “Vota sì ai referendum”.Sei formazioni musicali per un totale di circa 15 cantanti e musicisti, giocoleria e un dj set animeranno la serata di raccolta fondi di giovedì 2 giugno, organizzata dai Comitati abruzzesi “Vota sì per fermare il nucleare” e “Due sì per l’acqua bene comune”: oltre 30 associazioni che già abitualmente si battono per la tutela del territorio, e che continuano a far fronte comune in vista dei referendum del 12 e del 13 giugno 2011.
Grazie alla collaborazione dello stabilimento balneare di Pescara “La Lampara”, la serata di raccolta fondi per la campagna pro-referendaria di sensibilizzazione al voto in occasione dei referendum del 12 e del 13 giugno avrà inizio alle 20, con aperitivo cenato.
Sul palco dello stabilimento La lampara suoneranno: The Gift, Antonello Persico e Paolo Palma, Michele Ladogana, Giacomo Serafini, Gianluca Torelli, Glitterball. Il dj set sarà curato da Stefania Grilli, la giocoleria da “Blended”. Interverrà in apertura l’associazione culturale Deposito dei Segni.
«Il referendum è l’espressione più alta della democrazia: far sentire la propria partecipazione attiva è un segno di responsabilità e di consapevolezza», ricordano i referenti dei comitati.

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