Feed on
Posts
Comments

carrozzine2

carrozzine1

La presentazione delle osservazioni allo “Studio preliminare ambientale”   della GTM rappresenta finalmente l’occasione per sgomberare il campo da tutte le strumentalizzazioni che da anni contraddistinguono questa  vicenda.
Basta leggerle  per rendersi conto che Associazioni e Comitati non sono mai stati contrari ad un sistema di trasporto pubblico, anzi è vero il contrario. In questi anni sono state fatte proposte alternative per salvare il progetto ma non sono state minimamente prese in considerazione.
Adesso, in occasione dell’avvio della (tardiva) procedura di “screening V.I.A.”, la GTM presenta uno  Studio Ambientale  che non affronta minimamente  le gravi criticità e illegittimità  venute alla luce  a seguito delle innumerevoli denunce da parte di Associazioni e Comitati, che hanno trovato poi autorevole conferma da parte dei Consulenti incaricati dalla Procura della Repubblica.

  Loredana Di Paola del WWF: “È incredibile il livello di approssimazione col quale è stato condotto lo Studio Ambientale.  Per esempio, sul punto che riguarda la  qualità dell’aria (il cui miglioramento è sempre stato primo obiettivo del progetto),    lo Studio analizza dati e relazioni ARTA   2001-2004, quando sono reperibili sul sito dell’Agenzia i dati odierni. Come se per   una diagnosi medica  ci si riferisse ad analisi  fatte al paziente 10 anni prima!  Si omettono invece dati importanti come quelli sul carico delle emissioni nocive conseguenti alle soste dei veicoli in transito nelle due direzioni alternate mare-monti  , imposte dai  semafori posti all’altezza dei 19 incroci.”
Altro problema gravissimo è quello delle barriere architettoniche. Il tracciato della      Strada Parco è inaccessibile ai portatori di disabilità.     Il marciapiede lato mare   per lunghi tratti ha una larghezza di 80 cm (ben al di sotto della misura a norma di legge 1,50 mt), non ha scivoli , presenta nel mezzo i pali della luce, addirittura in alcuni tratti del tracciato di Montesilvano sono stati istallati i pali dell’elettrificazione .
Nello Studio della GTM l’argomento marciapiedi viene incredibilmente liquidato in due righe: “I marciapiedi presentano una larghezza variabile comunque idonea a costituire un percorso pedonale” .
Livio Vox dell’associazione Carrozzine Determinate afferma : “  Su vari tratti del percorso non è  garantito il diritto alla mobilità.  Non comprendiamo come, nonostante le nostre datate segnalazioni, si sia portato avanti questo progetto pur sapendo di essere in evidente contrasto con le norme vigenti compresa la convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.”
Interviene anche Giancarlo Odoardi dell’associazione Pescara Bici “ L’effetto che temiamo è l’espulsione di pedoni e ciclisti da questo spazio. È evidente che la pista ciclabile e il marciapiede adiacente (che in molti tratti coincidono) non saranno in grado di assorbire il carico attualmente sostenuto dalla strada parco. Per una città già carente di piste ciclabili e spazi liberi dai mezzi  sarebbe un notevole passo indietro”.

Oggi quest’opera è illegittima e difficilmente recuperabile quindi la richiesta al comitato V.I.A. è di sospenderla definitivamente per evitare sia bloccata  a seguito  di un inevitabile ricorso al TAR.

RID-banner_manifestazione_quinquies
 Dopo Ombrina Mare, il progetto  di “raffineria galleggiante”della Medoilgas  a ridosso della costa dei Trabocchi, in via di approvazione, arrivano due istanze di ricerca di idrocarburi su 151.000 ettari  (tra Abruzzo e Molise) con 39 comuni del chietino coinvolti.   Scadenza l’11 maggio per presentare le osservazioni da parte di enti,associazioni e cittadini.
Un vero e proprio risiko sull’Abruzzo e sul vicino Molise quello lanciato in queste ore dalla società Medoilgas con la richiesta di Valutazione di Assoggettabilità a V.I.A. presentata ieri alla regione Abruzzo su due progetti di ricerca di idrocarburi in terraferma denominati San Buono e Agnone. Un’escalation che vede coinvolte due regioni, Molise e Abruzzo, per un’area complessiva di 151.000 ettari (l’estensione del Parco del Gran Sasso!). La provincia di Chieti è interessata per 60.000 ettari, coinvolgendo 39 comuni!
Il materiale relativo all’istanza Agnone è scaricabile dal link:

http://sra.regione.abruzzo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=420:istanza-di-permesso-di-ricerca-in-terraferma-agnone&catid=5:procedura-va&Itemid=3

Il materiale relativo all’istanza Agnone è scaricabile dal link:

http://sra.regione.abruzzo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=419:istanza-di-permesso-di-ricerca-in-terraferma-san-buono&catid=5:procedura-va&Itemid=3

L’elenco dei 39 comuni del chietino coinvolti è il seguente: Archi, Atessa, Bomba, Borrello, Carpineto Sinello, Casalangiuda, Carunchio, Castelguidone, Castiglione Messer Marino, Celenza sul Trigno, Civitaluparella, Colledimezzo, Dogliola, Fallo, Fraine, Fresagrandinaria, Furci, Gissi, Guilmi, Lentella, Liscia, Montazzoli, Montebello sul Sangro, Monteferrante, Montelapiano, Palmoli, Pennadomo, Pietraferrazzana, Quadri, Roccaspinalveti, Roio del Sangro, Rosello, S. Buono, Schiavi d’Abruzzo, S. Giovanni Lipioni, Tornareccio, Torrebruna, Tufillo, Villa. S. Maria.    Cittadini, comitati, movimenti ed enti locali  possono presentare osservazioni entro la scadenza dei termini, 45 giorni dalla data di pubblicazione sul BURA della Regione avvenuta ieri 27 marzo 2013 (quindi l’11 maggio 2013).

de-cecco-1-300x275

Abusi De Cecco: in rosso tutta la parte da demolire (pizzeria il Granchio, nato da un capanno hawaiano di pochi metri quadri)
da sfrondare tutto lo stabilimento principale circondato da tettoie tamponate e annessi vari, compreso l’ingresso “pagoda”)-il tutto fa circa 300mq

Risale ad un anno fa la conferma, da parte della Corte d’Appello de L’Aquila, della condanna in primo grado di Filippo Antonio De Cecco e del direttore dei lavori Nicola Di Mascio per abusi edilizi su demanio marittimo. 11 mesi di arresto e un’ammenda di 39.000 euro per De Cecco, 6 mesi e 24.000 euro di ammenda per il direttore dei lavori Nicola Di Mascio. Pena accessoria: demolizione delle opere abusive e ripristino dello stato dei luoghi .
Oggi la conferma definitiva in Cassazione, sul filo della prescrizione (28 marzo). Si tratta dello stabilimento “Les Paillottes”(ex-Lido delle Sirene) sulla riviera sud di Pescara, sito in prossimità di una delle caratteristiche “rotonde sul mare” (quando il mare si vedeva!), Piazza Le Laudi.
Gli abusi accertati sono diffusi: una zona d’ingresso su Piazza Le Laudi ottenuta attraverso la copertura di tutta la superficie pavimentata e la chiusura con pannelli fonoassorbenti rivestiti in tronchetti di legno; una zona destinata a ristorante, piano bar, pizzeria con l’insegna Il Granchio; l’ampliamento della veranda e una zona costituita dal una piattaforma verso il mare. Un’ampliamento complessivo di circa 300 mq.
Le denunce sugli abusi partono all’inizio del 2007, nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione promossa dall’associazione Marelibero, seguita poi dal WWF, sulla chiusura degli accessi alla spiaggia e sulla questione della Vista Mare, che i cittadini di Pescara, dal 2000 circa, progressivamente perdono grazie a farragginose norme soggette ad interpretazioni di comodo, tutte a favore della categoria dei balneatori. Vengono consentiti “sdoppiamenti” delle concessioni, tamponamenti delle tettoie (con conseguenti aumenti di cubature),  il proliferare selvaggio di capanni e strutture varie a servizio delle molteplici attività concesse sul demanio, recinzioni di ogni tipo che impediscono di fatto l’accesso al bene pubblico. Il tutto caratterizzato da scarsi controlli da parte dell’autorità comunale sulla legittimità delle opere.   Tra giugno e luglio 2007, grazie ai nostri esposti, vengono sequestrati due stabilimenti : “il Delfino Verde” e la “Vongola”( quest’ultimo tutt’ora parzialmente sotto sequestro).   approfondimenti su questo blog-sez. Demanio Marittimo.
Nel dicembre del 2007 l’intero complesso balneare “Le Paillottes” del Cav. De Cecco viene sottoposto a sequestro preventivo. In seguito a ricorso di legittimità il vincolo reale viene annullato limitatamente agli interventi edilizi originariamente esistenti e mantenuto per tutti i manufatti realizzati successivamente. A seguire l’iter processuale che ha portato oggi alla condanna definitiva.

“Sulla filovia la situazione è surreale, se è la GTM a decidere si rischia l’incompiuta”: il WWF lancia un appello all’assessorato regionale ai Trasporti e al Ministero delle Infrastrutture affinchè esercitino pienamente il loro ruolo di controllo, sorveglianza e indirizzo al fine di evitare un inutile scontro sul progetto. Si cambi tipo di intervento, con soluzioni più sobrie senza l’uso di pali, fili e magneti, assicurando mezzi di trasporto adeguati e mitigando gli eventuali danni erariali che con una “guerra” infinita rischiano di essere enormi. Il WWF si chiede se le politiche della mobilità nella principale area metropolitana della Regione debbano continuare a rimanere ostaggio di chi ha deciso di perserverare in un progetto che ha seguito una procedura rivelatasi illegittima.
Apprendiamo, infatti, che la GTM, per bocca del suo presidente Russo, vuole andare allo scontro a tutti i costi: prendiamo a malincuore atto di tale scelta foriera di ulteriori confronti presso la magistratura. Auspichiamo che chi ha le maggiori responsabilità sull’appalto, Ministero delle Infrastrutture e Assessorato ai Trasporti, intervengano per riportare la vicenda in un solco dove non sia per forza la magistratura a dover dirimere le questioni. Il confronto con i cittadini è la strada maestra per evitare che la filovia resti tra le incompiute. Il conflitto lo hanno scelto funzionari ed amministratori che per anni hanno deciso sulle teste dei cittadini evitando la procedura di V.I.A.: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora si vuole continuare con la scorciatoia della cosiddetta “V.I.A. in sanatoria” che tanto ricorda l’odioso mondo dei condoni.
Infatti, per il WWF il comitato V.I.A. ha perso un’occasione per rimediare all’errore del 2008 evitando di dare indicazioni nette sull’argomento e, di fatto, rimpallando la responsabilità delle scelte alla GTM. Dal verbale si rileva che è stata sì deliberata la sospensione integrale dei lavori ma che allo stesso tempo si richiede alla GTM di sottoporre a screening VIA “il progetto in esecuzione”. In sostanza si ammette la possibilità di perseguire la strada della cosiddetta “V.I.A. in sanatoria”, sebbene nella seduta di ieri il WWF, attraverso l’intervento in audizione di una sua rappresentante, abbia illustrato ampiamente, corroborata da una consolidata giurisprudenza, come questa possibilità sia esplicitamente esclusa dalla normativa nazionale e comunitaria.
Nel verbale del Comitato notiamo, tra l’altro, un incredibile riferimento, velatamente “autoassolutorio”, in cui si sostiene che l’interpretazione data dalla Commissione Europea sull’assoggettabilità a V.I.A. di questo tipo di progetto sia un fatto addirittura inedito, in ciò giustificando la decisione del Comitato del 2008. Probabilmente lo è nel senso che in altri paesi “normali” fanno la V.I.A. e basta senza cercare scappatoie e scorciatoie. Lì non sono necessarie le denunce del WWF e l’intervento della Commissione Europea per ottenere ciò che è scritto nelle Direttive Comunitarie. Tra l’altro il Comitato V.I.A. pare ignorare illustri precedenti quali il Civis di Bologna e la Filovia di Verona, che hanno dovuto fare la procedura di assoggettabilità a V.I.A. (il Civis è tuttora bloccato).
È evidente la volontà del comitato di rimettere alla responsabilità della stazione appaltante, GTM, ogni valutazione in merito all’opportunità di proseguire con l’attuale progetto o di proporre soluzioni diverse.
Così facendo si abbandona irrimediabilmente la ricerca di soluzioni partecipate per una mobilità sostenibile a Pescara e dintorni, prefigurando una sconfitta per l’intera comunità.

“E’ sceso il sipario con la parola fine sul progetto della Filovia a Pescara, siamo ai titoli di coda”. E’ questa, secondo il WWF, la deprimente conclusione cui si avvia una vicenda che ha visto clamorosi errori procedurali resi evidenti dalle pesanti conclusioni della Commissione Europea e dall’intervento della Magistratura pescarese. In questi anni, ad aggravare la situazione è stata anche l’ostinazione di alcuni protagonisti della vicenda, a partire dal Presidente della Commissione Regionale V.I.A. arch.Sorgi fino ad arrivare al presidente della G.T.M. Russo (con il suo predecessore Renzetti) che in tutti i modi hanno cercato di non ammettere ciò che era evidente anche solo leggendo le poche righe delle norme europee: la Valutazione dìImpatto Ambientale era obbligatoria e la decisione del 2008 del Comitato V.I.A. di escluderla era sbagliata.
In questi anni le associazioni e i comitati di cittadini hanno cercato in tutti i modi di spiegare ciò che appariva da subito un ovvietà. I rappresentanti del WWF parteciparono anche ai “cosiddetti tavoli tecnici” al Comune di Pescara evidenziando le tante criticità del progetto ma i vari amministratori comunali presenti dissero che non era competenza del Comune approfondire l’argomento. Si può sostenere che la realizzazione o meno di un progetto da decine di milioni di euro non è nell’interesse della città intera?
Già ad ottobre 2010 il WWF aveva scritto all’arch. Antonio Sorgi per evidenziare che l’opera doveva essere assoggettata a Valutazione d’Impatto Ambientale. Il dirigente non rispose e per questo l’associazione decise di inviare agli inizi del 2011 un dettagliato esposto alla procura di Pescara e alla Commissione Europea.
Successivamente, a luglio 2012, il WWF presentò un secondo esposto alla Procura ed alla Commissione UE evidenziando i contenuti di alcune note con cui lo stesso arch. Sorgi rispondeva alle richieste di chiarimento dell’Unione Europea. A parere dell’associazione tali note apparivano del tutto fuorvianti. Questa corrispondenza, rimasta ignota fino ad allora, fu divulgata ai cittadini abruzzesi solo grazie alla stampa. Lettere che evidentemente dovevano rimanere “riservate”, tanto da spingere la Regione Abruzzo a denunciare la loro divulgazione alla Procura!
Ad aggravare la situazione la Commissione V.I.A. a luglio 2012, presieduta sempre dall’arch. Sorgi, a seguito di specifica richiesta della Procura non provvedeva a sospendere del tutto i lavori ma imponeva solo di evitare di installare materiale relativo alla guida vincolata “immateriale”. In realtà l’arch. Sorgi era già a conoscenza almeno da quattro mesi, da quanto ci risulta, che la Commissione Europea aveva posto espliciti quesiti alla Regione Abruzzo sull’installazione dei pali e dei fili sulla cosiddetta strada parco. Fin da allora era del tutto evidente che la partita si sarebbe giocata sui pali e non sui piccoli magneti. Non sappiamo se tutti i presenti quel giorno furono avvisati dell’esistenza di tale corrispondenza. La Regione non spiegò alla U.E. la situazione dei pali e solo grazie al secondo esposto del WWF la Commissione Europea fu informata dettagliatamente della situazione. Per il WWF questa condotta e il palese fallimento della procedura di approvazione rendono inopportuno qualsiasi ulteriore interessamento dell’arch. Sorgi a questo progetto a partire dalla riunione del Comitato V.I.A. di domani. Ciò al di là della stessa inchiesta in corso.
In relazione agli sviluppi futuri di questa opera, dopo un’attenta analisi della normativa e della giurisprudenza,il WWF è arrivato alla conclusione che è del tutto impossibile procedere ad una Valutazione di Impatto Ambientale “in sanatoria”, come ancora sostiene qualcuno. Il Consiglio di Stato si è espresso più volte sull’argomento escludendo tale possibilità perché la valutazione ambientale deve precedere qualsiasi altra autorizzazione. Una recente sentenza della Corte di Giustizia europea, ribadendo che la V.I.A. è uno strumento preventivo, evidenzia come il Diritto di uno Stato dell’Unione possa teoricamente prevedere, in casi del tutto eccezionali, una cosiddetta V.I.A. “in sanatoria”. In Italia tale norma semplicemente non esiste; anzi, il Testo Unico sull’Ambiente D.lgs.152/2006 la esclude esplicitamente. Per questo non solo vi è giurisprudenza univoca sull’argomento ma il TAR Brescia ha addirittura condannato la Regione Lombardia a pagare i danni ai cittadini che si erano sentiti defraudati dallo svolgimento di una V.I.A. “a posteriori”. Cosa succederebbe se migliaia di abitanti in quella zona presentassero richiesta di danni alla Regione Abruzzo nel caso si svolgesse una V.I.A. illegittima? La Corte di Giustizia Europea evidenzia inoltre che comunque una Valutazione di Impatto Ambientale “in sanatoria” dovrebbe avvenire lasciando del tutto impregiudicati i possibili esiti della stessa (per esempio, l’opzione zero). Scrive la Corte Europea: “Non se ne può evincere che lo studio correttivo sull’impatto ambientale, effettuato al fine di rimediare alla mancata valutazione così come prevista e organizzata dalla direttiva 85/337 modificata, essendo il progetto già stato realizzato, sia equivalente allo studio sull’impatto ambientale antecedente al rilascio dell’autorizzazione, richiesto e disciplinato dalla suddetta direttiva.” Poiché l’opera ha già alterato lo stato dei luoghi, paradossalmente anche per l’insensata scelta di continuare a testa bassa i lavori, appare del tutto impossibile procedere a sanare l’intervento. Il WWF, avendo già esaminato attentamente la situazione, impugnerà e denuncerà qualsiasi tentativo di perseguire un illegittimo parere “a posteriori”. Ovviamente nei prossimi giorni con gli avvocati si valuteranno anche tutti i profili relativi al corretto uso delle risorse pubbliche e non è da escludere che l’associazione possa rivolgersi anche alla Corte dei Conti.
Ormai l’unica strada sensata è quella di bloccare immediatamente i lavori, abbandonare un progetto errato, ripristinare lo stato dei luoghi e discutere, insieme ai cittadini e con buon senso una strada di uscita che consenta di risolvere i problemi della mobilità a Pescara e nell’intera area metropolitana.

Ceneri pesanti da incenerimento, ceneri della combustione di biomasse, oli sintetici, farine animali, oli minerali isolanti pneumatici e tanto altro ancora: vengono i brividi a leggere i codici CER dei rifiuti che il cementificio già oggi può bruciare in base all’autorizzazione rilasciata il 29 dicembre 2008. Il cementificio, grazie a quella incredibile autorizzazione, può bruciare 158.000 tonnellate di rifiuti all’anno! Ora questo vero e proprio inceneritore piazzato in mezzo alla città dovrebbe accogliere altre tipologie di rifiuti tra i quali plastica e gomma, detriti di perforazione, fanghi ecc.
Nel 2008 nessuno seppe della procedura che portò all’autorizzazione integrata ambientale che ha trasformato l’impianto in un “cementinceneritore” permettendo emissioni in aria di migliaia di tonnellate di sostanze quali biossido di azoto, polveri, ossido di carbonio, ossidi di zolfo e di centinaia di chili di metalli tra cui arsenico, cromo, mercurio, cadmio. Anche le emissioni di diossine sono state regolarmente autorizzate in piena città senza avvertire nessuno visto che le tabelle relative alle emissioni le regione Abruzzo si è ben guardata da pubblicizzarle attivamente in questi anni. Il tutto quando esistono precise norme dal 2001 che prevedono la partecipazione della popolazione in ogni procedimento che riguarda l’ambiente e la pubblicizzazione attiva dei dati e degli atti in possesso delle pubbliche amministrazioni.
Per protestare contro gli enti come ASL, ARTA e Regione Abruzzo che rilasciarono quella autorizzazione senza informare e per chiedere un NO! al rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale richiesta dall’azienda, associazioni e comitati hanno tenuto una conferenza stampa – sit-in davanti alla sede della ASL di Pescara in via Paolini 47. Con mascherine e cartelli i cittadini hanno illustrato i motivi della diffida che è stata inviata, tra gli altri, alla ASL. Questo ente dovrebbe avere come obiettivo principale la tutela della popolazione di Pescara e dintorni esposta ad una gravissima situazione di inquinamento. Invece continua a rilasciare autorizzazioni: per questo è stata scelta la sede della ASL come luogo del sit-in.
Sabato 13 alle ore 18:00 con raduno in piazza Alessandrini si terrà invece la fiaccolata aperta a tutti i cittadini. Associazioni e comitati invitano tutti a partecipare: A PESCARA VOGLIAMO L’ARIA PULITA!

Cementificio di Pescara:
migliaia di tonnellate di emissioni/anno in atmosfera

Per la prima volta abbiamo avuto accesso ai dati :
-878 tonnellate/anno di Biossido di Azoto
-375 tonnellate/anno di Biossido di Zolfo
-62,7 tonnellate/anno di polveri
-1051 tonnellate/anno di ossido di carbonio
-554 kg/anno di metalli come arsenico, cromo, piombo

dal 2008 il cementificio di Pescara brucia rifiuti speciali ora chiede di estendere l’autorizzazione ad altri codici CER.

Si parla di scorie di acciaierie, fanghi da industria cartaria e provenienti da industrie siderurgiche e metalmeccaniche, gessi chimici da desolforazione, rifiuti a base di carbone, calcinato di petrolio, coke e altro ancora!  Questo in una zona (Area Metropolitana-Val Pescara) altamente inquinata quindi considerata di “risanamento”dallo stesso Piano della Qualità dell’Aria della Regione Abruzzo  e riconosciuta dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (rapporto uscito in questi giorni) come tra le più inquinate dell’Europa occidentale per quanto riguarda pm10 e biossido di azoto. ORA BASTA

Diciamo NO al rinnovo e all’estensione dell’Autorizzazione
Integrata Ambientale del cementificio di Pescara

non vogliamo un INCENERITORE MASCHERATO tra le nostre case

PRESIDIO PER LA TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA
GIOVEDÌ 11 OTTOBRE ORE 10.00
davanti alla ASL di Pescara (via Paolini 47-vecchio ospedale )

FIACCOLATA DI PROTESTA
SABATO 13 OTTOBRE ORE 18.00
Concentramento Piazza Alessandrini (ex Tribunale)
arrivo Cementificio (via Raiale)

info:333 8391147

“Fermi tutti!Non si muova una trivella!”. Il WWF Italia accoglie così le prime vittorie della battaglia contro le ricerche di idrocarburi che stanno devastando il Sud Italia squarciando sistematicamente il territorio in tutto il Mar Adriatico, dalla Puglia alla Basilicata fino al Molise e all’Abruzzo. Sono diverse le notizie di provvedimenti ‘blocca-trivelle’ arrivate oggi: due sentenze del T.A.R. Lazio (la n. 8209 e la n. 8236), firmate dal Giudice Antonio Vinciguerra, che hanno azzerato due autorizzazioni alle prospezioni geosismiche rilasciate dal Ministero dell’Ambiente tra marzo e maggio 2011 alla ‘Petroceltic Italia’ al largo delle coste abruzzesi e molisane di Punta Penna, non molto distanti dall’area pugliese del Gargano e dalla delicatissima Area Marina protetta delle Isole Tremiti. A questo stop deciso dalla magistratura si aggiunge quello di un soggetto amministrativo: il no della Giunta regionale della Basilicata  alle tre istanze di permesso di ricerca di idrocarburi  denominate Masseria La Rocca, Satriano Di Lucania ed Anzi.
“Nel caso delle sentenze del Tar Lazio – spiega il WWF Italia in una nota – assistiamo ancora una volta alla vicenda in cui è la magistratura a dover rilevare in seconda battuta le irregolarità di procedimenti su cui dovrebbe invece monitorare preliminarmente la pubblica amministrazione. Tra le motivazioni della sentenze, infatti, c’è il mancato coinvolgimento della Regione Puglia nella procedura di V.I.A. la mancata pubblicazione sui quotidiani pugliesi (obbligo d’informazione specifico territoriale) dei provvedimenti oggetto dei ricorsi e la tardiva pubblicazione sui quotidiani molisani dei provvedimenti impugnati. Inoltre il divieto di trivellare oltre le 12 miglia dalla costa stabilito dal Ministero dell’Ambiente non comporta affatto che al di là di questo perimetro possa esservi ‘il far west’ ma occorre comunque tenere conto della conformazione della zona e della tutela degli ecosistemi presenti entro le 12 miglia”.
“Questa vittoria, infatti, non esclude la riproposizione delle relative specifiche istanze da parte della Petroceltic Italia S.r.l., con il rispetto degli accorgimenti formali il cui inadempimento è stato sanzionato. Anche se dovesse verificarsi questa circostanza la Regione Puglia, notoriamente contraria alle trivellazioni, dovrà comunque essere invitata a partecipare alla procedura di V.I.A”.
Il WWF infine per quanto riguarda più specificatamente l’Abruzzo ricorda che in questa regione oltre  il 50% del territorio e circa 6mila kmq di mare sono interessati da istanze di ricerca ed estrazione di idrocarburi, mentre per quanto riguarda la Basilicata, il WWF Italia si augura che la Regione continui anche in futuro  a preservare il territorio da ulteriori attività petrolifere impegnandosi per la promozione e valorizzazione delle risorse ambientali e naturalistiche.
L’APPUNTAMENTO: Il 9 ottobre a Roma al Senato, presso la Sala ex hotel Bologna  in via Santa Chiara, 4 dalle ore 10.30 alle 13, il WWF approfondirà l’argomento insieme con Greenpeace e Legambiente nel convegno “Trivelle d’Italia – La nuova corsa alla ricerca di petrolio: una scelta azzardata per l’economia e l’ambiente” sottoponendo la questione ai media, ai parlamentari e alle diverse istituzioni.

Per approfondimenti consulta il dossier WWF “Italia, Far west delle trivelle”

 

Il WWF ha inviato oggi una lettera di diffida alla Regione Abruzzo e alla ASL di Pescara in relazione alla vicenda del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale – A.I.A. del Cementificio di Pescara.
Sono due le motivazioni principali alla base della diffida, la mancanza di trasparenza nelle procedure seguite e lo stato d’inquinamento dell’area metropolitana che ha bisogno di un profondo risanamento.
In primo luogo la Convenzione di Aarhus sulla trasparenza e sulla partecipazione dei cittadini dei procedimenti di tipo ambientale, ratificata fin dal 2001 dallo Stato Italiano con la legge 108/2001, impone agli enti di pubblicizzare l’avvio dei procedimenti di autorizzazione affinché tutti i cittadini e i portatori d’interesse (come associazioni, altre società ecc.) possano partecipare ai lavori con osservazioni. In particolare, l’Art.6 comma 2a della Convenzione, dal titolo eloquente “PARTECIPAZIONE DEL PUBBLICO ALLE DECISIONI RELATIVE AD ATTIVITÀ SPECIFICHE” prevede che l’autorità competente proceda ad informare i cittadini sull’avvio del procedimento specificando i termini della procedura, i documenti esistenti, le date relative a riunioni ecc.
La Regione Abruzzo pare aver omesso tutto ciò e i cittadini, compreso il WWF, la più grande associazione ambientalista, sono rimasti all’oscuro della conferenza dei servizi, con ciò venendo meno i diritti alla partecipazione su un tema così delicato.
Infatti la notizia dell’avvenuta richiesta di A.I.A. da parte della Sacci il 7 marzo scorso e dello svolgimento della relative Conferenza dei Servizi, è stata divulgata solo grazie alla presa di posizione dell’Amministrazione comunale di Pescara.

In secondo luogo, il WWF ritiene che sia del tutto inaccettabile concedere il rinnovo di un’autorizzazione in un contesto di completa illegalità per quanto riguarda la qualità dell’aria a Pescara, a San Giovanni Teatino e a Spoltore, certificata ormai da anni dai dati, peraltro parziali, delle centraline ARTA e dallo stesso Piano della Qualità dell’Aria della Regione Abruzzo.
E’ ovvio che tale situazione è causata in parte consistente dal traffico veicolare ma la componente industriale contribuisce con le proprie emissioni a determinare questa situazione gravissima. Tutto ciò avviene anche se le emissioni provenienti da ogni azienda, prese singolarmente, rimangono nei limiti di legge. Ai fini dell’impatto sulla salute umana è ovvio che bisogna considerare l’effetto cumulo di tutte queste emissioni. I polmoni e le arterie dei cittadini non reagiscono in maniera diversa se una polvere viene dal traffico veicolare o da un’industria.
Lo stesso Decreto 152/2006 “Testo Unico dell’Ambiente” prevede che gli Enti Pubblici, all’atto di concedere o rinnovare autorizzazioni alle emissioni, devono tener conto della qualità dell’ambiente circostante.
Il Piano della Qualità dell’Aria della Regione Abruzzo identifica l’area metropolitana come Zona di Risanamento in cui porre in essere tutte le opportune iniziative per diminuire quanto prima le emissioni.

Dichiara Augusto De Sanctis, del WWF Abruzzo “L’aria a Pescara e dintorni è inquinatissima, distante anni luce dagli obiettivi di legge. Basti pensare che lo scorso anno in via Sacco si sono registrati ben 67 giorni di superamento dei limiti per le polveri sottili contro un limite europeo di 35 giorni. La centralina ARTA di Spoltore segnala livelli di inquinamento disastrosi tra i più alti d’Italia, con 140 giorni di superamento. E’ una vera e propria emergenza sanitaria e rimaniamo allibiti nell’apprendere che la ASL di Pescara starebbe per concedere il nulla osta al rinnovo dell’autorizzazione. A nulla valgono i documenti allarmanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui terribili effetti sulla salute delle polveri e degli altri inquinanti? I pochi dati epidemiologici disponibili ci dicono che l’area metropolitana di Pescara ha tassi incidenza per alcune malattie riconducibili anche all’inquinamento molto più alti del resto della Regione. I medici dello stesso ospedale di Pescara da anni richiamano l’attenzione sull’aumento delle malattie respiratorie nei bambini.
Bisogna quindi lavorare su ogni autorizzazione e su ogni comparto per rispettare complessivamente i limiti di legge in città. Qui, però, è in gioco il futuro anche economico di Pescara. La produzione di cemento è in una fortissima crisi strutturale. Il riciclo dei materiali in edilizia dovrà prendere piede anche in Abruzzo togliendo ulteriormente spazio ad impianti di questo genere. Per questo i cementifici si stanno trasformando in veri e propri inceneritori, il vero business per continuare a fare profitti. Non a caso il cementificio di Pescara avrebbe richiesto addirittura l’autorizzazione a bruciare rifiuti pericolosi, il tutto in piena area urbana! Pescara si sta presentando come città turistica, del mare, dello sport e della musica, porta dei tre parchi nazionali abruzzesi. La competitività nel settore turistico si fa anche sulla qualità ambientale. Possiamo ancora permetterci di accogliere i turisti con le ciminiere all’ingresso della città? Quanta economia distruggiamo o non creiamo con queste scelte? Anche da questo punto di vista riteniamo perdente scommettere ancora su un modello di sviluppo in crisi i cui limiti sono sotto gli occhi di tutti”.

Dichiara Loredana Di Paola del WWF Abruzzo “E’ del tutto inaccettabile il clima di scarsa trasparenza che caratterizza i procedimenti ambientali in Abruzzo, più che “porto delle nebbie” qui si immergono le procedure nello smog. I dirigenti regionali pagati dai cittadini ignorano la pubblicità degli atti e il coinvolgimento della popolazione diventa al massimo una concessione che arriva dopo la scoperta più o meno fortuita di un procedimento in corso e le susseguenti proteste. Non vogliono che si disturbi il manovratore, evidentemente. Bene ha fatto il Comune di Pescara a schierarsi e a divulgare la notizia. E’ un fatto importante che aiuterà in questa lotta. Serve però anche una mobilitazione dal basso dei cittadini perché siamo di fronte ad un momento che potrebbe rivelarsi storico per la città. Al contrario di Confindustria, che ha un’idea “retrò grigio-smog” del futuro dell’Abruzzo, vediamo nella qualità ambientale una delle basi per un nuovo modello di società che abbia al centro la qualità della vita del cittadino e non gli interessi di pochi”.

*L’Art.6 comma 2 della convenzione di Aarhus:
2. Il pubblico interessato è informato nella fase iniziale del processo decisionale in materia ambientale in modo adeguato, tempestivo ed efficace, mediante pubblici avvisi o individualmente. Le informazioni riguardano in particolare: a) l’attività proposta e la richiesta su cui sarà presa una decisione; b) la natura delle eventuali decisioni o il progetto di decisione; c) l’autorità pubblica responsabile dell’adozione della decisione; d) la procedura prevista, ivi compresi (nella misura in cui tali informazioni possano essere fornite): i) la data di inizio della procedura; ii) le possibilità di partecipazione offerte al pubblico; iii) la data e il luogo delle audizioni pubbliche eventualmente previste; iv) l’indicazione dell’autorità pubblica cui è possibile rivolgersi per ottenere le pertinenti informazioni e presso la quale tali informazioni sono state depositate per consentirne l’esame da parte del pubblico; v) l’indicazione dell’autorità pubblica o di qualsiasi altro organo ufficiale cui possono essere rivolti osservazioni e quesiti nonché i termini per la loro presentazione; vi) l’indicazione delle informazioni ambientali disponibili sull’attività proposta.

*è interessante notare che dopo una lunga ricerca con diverse parole chiave riemergano dal web due documenti su un rinnovo dell’AIA del cementificio a Pescara del 2010 (un avviso e una sintesi non tecnica). Non sono però rintracciabili se la ricerca viene realizzata partendo dall’archivio dei procedimenti del Comitato V.I.A. Inoltre, in due anni non pare essere seguito alcun atto ufficiale riferibile a quei documenti come autorizzazioni ecc. visto che nulla risulta sul BURA della Regione né nell’archivio del V.I.A. (eventuali autorizzazioni per la VIA devono essere pubblicate per legge sul sito WEB della Regione)
Dalle informazioni apprese dalla stampa sembrerebbe che la richiesta di autorizzazione a cui si sta opponendo il Comune di Pescara risalga allo scorso 7 marzo 2012.

 di Alberto Lucarelli

Davvero imbarazzante e spregiudicata la recente “rivolta” dei titolari di concessione in Italia di spiagge che contestano l’introduzione, a partire dal primo gennaio 2016, della normativa comunitaria che impedisce che stessi soggetti possano godere per un tempo indeterminato della concessione di spiagge – quindi di beni demaniali – diventandone di fatto i veri proprietari.
Paradossale e imbarazzante anche alla luce degli ultimi dati sull’evasione fiscale degli stessi concessionari: oltre il 50 per cento dei gestori di lidi, infatti, non è in regola totalmente o parzialmente con gli scontrini. In alcune aree a forte vocazione turistica, l’evasione più o meno totale raggiunge il 75 per cento degli stabilimenti. In un solo stabilimento di Rapallo, la frode ha raggiunto, nell’arco di tre stagioni balneari, i 700.000 euro. Questi dati assumono particolare rilevanza in considerazione di canoni concessori “bassi”, a fronte dei quali gli imprenditori-concessionari praticano tariffe particolarmente elevate e non esitano a ribellarsi quando alcune regioni – quali la Campania – impongano loro di non far pagare i bambini al di sotto dei 12 anni.
Insomma, grandi profitti su beni comuni di appartenenza collettiva, attività orientate esclusivamente a finalità di lucro e a realizzare quanto più profitto possibile e per contro un elevatissimo livello di evasione fiscale. Come dire: un vero e proprio saccheggio di beni comuni.
Non bisogna andare lontano per scoprire che in Francia, ad esempio, vige una norma del Code général de la proprieté des personnes publiques (art. L 2124-4 ) che prevede che l’accesso alle spiagge ed il loro uso devono essere liberi e gratuiti. In particolare tale disposizione prevede che l’accesso deve essere libero salvo che non vi siano giustificati motivi di sicurezza, difesa nazionale o di protezione ambientale che giustifichino limitazioni particolari. L’uso libero e gratuito da parte della collettività costituisce infatti la finalità fondamentale delle spiagge.

Inoltre, va evidenziato che il rilascio ed il rinnovo delle concessioni sono subordinati allo svolgimento di una inchiesta pubblica, che è un istituto di partecipazione tipico del sistema francese, ricondotto nel novero degli strumenti della c.d. democratie de proximité. In ogni caso la concessione deve essere accordata in via prioritaria ai comuni ed alla associazioni di più comuni e qualora tali soggetti rinuncino al loro diritto di prelazione, a persone giuridiche pubbliche o private previa pubblicità della procedura di assegnazione concorrenziale.

Ma la norma ancora più interessante, sempre in riferimento alla normativa d’Oltralpe, è quella contenuta nel decreto n. 608 del 2006 che all’art. 2  prevede che almeno l’80% della lunghezza del litorale e della spiaggia debba rimanere libera da qualunque struttura, equipaggiamento o installazione. Questa previsione si lega ad un altro disposto chiave del decreto in base al quale ogni installazione fatta sulla spiaggia deve essere concepita in modo da poter permettere, alla fine del periodo di vigenza del rapporto, il ritorno dell’area allo stato iniziale.

E’ dunque evidente come il sistema francese sia fortemente orientato verso la tutela ambientale dei beni comuni (demanio marittimo) e allo stesso tempo tende a garantire la fruibilità e l’accessibilità dei cittadini ai beni stessi, oltre e contro la logica del profitto di pochi.

La recente raccolta a Napoli di circa 13.000 firme, promossa dall’Assise di Bagnoli, finalizzata a presentare al consiglio comunale una proposta di delibera di indirizzo politico sta ponendo al centro del dibattito e dell’azione amministrativa comunale il tema della restituzione ai cittadini del godimento delle spiagge e del mare, contro le logiche dello sfruttamento, del saccheggio del demanio e della frequente illegittimità delle concessioni.

Essa rappresenta un’iniziativa di democrazia “dal basso” di altissima rilevanza che va raccolta subito da Consiglio e Giunta comunale, ma deve rappresentare anche l’occasione per aprire una riflessione nazionale che abbia quale obiettivo quello di riformulare la legislazione vigente attraverso norme che tutelino meglio e di più il demanio marittimo. Ed è, inoltre, un modo efficace per contrastare questa inammissibile forma di evasione fiscale perpetrata sulla concessione di un bene comune.

Ben venga la normativa comunitaria a partire dal 2016, che non dovrebbe più consentire ai concessionari di trasformarsi in veri e propri proprietari di beni comuni di appartenenza collettiva. Ma la normativa europea comunque non sarà sufficiente, perché ispirata da logiche mercantili e del profitto. Occorre invece, e al più presto, una normativa nazionale, che dica in maniera chiara e netta che le spiagge sono beni comuni di appartenenza collettiva fuori commercio, che sono in uso diretto comune e gratuito da parte della collettività e sono gestiti dallo Stato e da altri enti esponenziali della collettività di riferimento; che almeno l’80% del litorale deve restare libero da strutture e installazioni, e che ne è consentita la concessione, per un tempo ben circoscritto e dopo il ricorso a istituti di democrazia partecipativa, soltanto ad associazioni o cooperative che per statuto non abbiano scopo di lucro e perseguano finalità di tutela ambientale o finalità sociali.
A partire dall’iniziativa di Napoli, e magari da una proposta normativa nazionale di regolamentazione, si potrebbe pensare di presentare al Parlamento una proposta popolare di legge, ai sensi dell’art. 71, secondo comma della Costituzione, sottoscritta da almeno 50.000 elettori. Sarebbe un’occasione per far partire nel nostro Paese una battaglia di civiltà, di democrazia partecipativa a difesa dei beni comuni e dei diritti fondamentali dei cittadini ad essi riconducibili.(da Il Fatto Quotidiano- 5 agosto 2012)

Older Posts »