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di Alessandro Robecchi

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del PdL eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice “è stata data una interpretazione autentica della legge”, urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza. Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice “disposto a tutto” non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, il poliziotti del G8 di Genova. Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

(da Il Manifesto del 7 febbraio)

Viva l’Italia «chiariremo tutto» di Alessandro Robecchi

L’anno prossimo l’Italia compie 150 anni e si preparano grandi eventi celebrativi. La protezione civile ha già ordinato pasticcini per 6 milioni di euro, 800.000 euro in asciugamani ricamati a mano e un ricco buffet da 4,5 milioni affidato alla società del genero di Gianni Letta. La security (3 milioni) verrà affidata a un cognato di Bertolaso estratto a sorte con la lotteria di Capodanno, mentre per gli aperitivi e le olive (2,5 milioni) si pensa a un nome nuovo nell’ambiente degli appalti: il genero di Gianni Letta. Gli stuzzicadenti (650.000 euro) per beccare le olive nei grandi vasi di quarzo diamantato (Bulgari, otto milioni) verranno forniti da una zia del presidente del consiglio dei lavori pubblici Angelo Balducci, che si è lamentato al telefono: “Mia zia ha 96 anni e io cos’ho fatto per lei? Un cazzo!”. Tutto dovrà svolgersi nella massima trasparenza grazie all’appalto per il lavaggio dei vetri (1,5 milioni) affidato a una ditta della moglie di un cugino dell’imprenditore Anemone, residente a Taipei. Non mancherà l’animazione (2,6 milioni), affidata al senatore Di Girolamo, e per il numero dei clown (760.000 euro) si pensa a Gennaro Mokbel che prende a schiaffoni Alemanno, una replica. Molto attesa la banda: si pensa a quella della Magliana, diretta dai servizi segreti. La situazione economica impone qualche risparmio sulla cancelleria, dunque si spenderanno solo 1,4 milioni per penne a sfera, 890.000 euro per pennarelli e 340.000 euro per gessetti colorati bianchi, rossi e verdi. Per la carta intestata dell’evento (scritta dorata in rilievo: “Siamo qui da 150 anni, incredibile, eh!”), verrà utilizzato il retro delle false fatture Fastweb. Ridotti anche i fondi per spumante e torta (5 milioni, si pensa alla competenza e professionalità del genero di Gianni Letta) e alla stampa delle bandiere tricolori, con il motto nazionale, “Chiarirò tutto”, che però compare già nel simbolo di Confindustria e dunque verrà sostituito da una frase più accattivante: “Sono sereno”.

Una delle cose più piacevoli che ci possa succedere la domenica mattina è sicuramente quella di leggere la rubrica Voi siete qui di Alessandro Robecchi che con intelligenza e ironia racconta del nostro Paese e di noi italiani.

Con le mani sul fuoco e i piedi nel decreto – di Alessandro Robecchi

Silvio Berlusconi è pronto a mettere una mano sul fuoco per Letta e un’altra mano sul fuoco per Bertolaso. Quindi presto avremo un presidente del consiglio senza mani e serpeggerà il panico tra le manicure del Presidente che vedranno sfumare la loro candidatura alle regionali. Per solidarietà, il ministro della giustizia scriverà i decreti con i piedi, come quello anticorruzione, per esempio, che è entrato in consiglio dei ministri come una rivoluzione, dieci minuti dopo era una bozza, poi uno straccio, e alla fine era ridotto in coriandoli che i ministri si tiravano in faccia facendo il trenino. Come vedete, è un’emergenza. Ora chi scriverà il decreto è tutto da vedere, ma magari qualche cognato si trova, in cambio di due massaggi al centro benessere, o un appaltino per un grande evento. Pare già di leggere le intercettazioni: “Guarda che per la costruzione del decreto contro la corruzione i costi stanno lievitando, ma se fai un regalo a Tizio, presti l’elicottero a Caio e trovi due signorine per Sempronio posso farti approvare il progetto”. Del caso si occuperà la magistratura, ma resta il problema dei senzatetto. Dove andranno gli imputati di corruzione del PdL se per loro il Parlamento o Palazzo Chigi verranno dichiarati inagibili? Si pensa a casette prefabbricate. E poi bisogna decidere dove farlo, questo benedetto decreto anticorruzione: alla Maddalena, e poi spostarlo a L’Aquila? Oppure a Roma, nelle piscine dei mondiali di nuoto, ma in questo caso ci vuole un reggiseno stretto tipo brasiliano. Vedete anche voi che serve un soggetto attuatore che controlli la regolarità dei lavori, un controllore che sia molto vicino ai controllati, cosa comoda anche per i carabinieri quando vanno a prenderli. La materia è delicata, serve competenza, serve esperienza, serve il governo del fare. Logica vorrebbe che un decreto contro la corruzione lo scrivesse direttamente un imputato di corruzione in atti giudiziari. Tutti d’accordo, allora. Ma come fa, senza mani?  (da Il Manifesto del 21 febbraio 2010)

Pubblichiamo il comunicato del WWF Italia inerente un altro regalo che si sta per fare ai cacciatori. Sempre più grave. Di seguito la risposta del segretario provinciale Fabio Rosica, cui è pervenuta la denuncia che abbiamo diffuso ai vertici abruzzesi dell’Italia dei Valori chiedendo spiegazioni; infine la replica, inoppugnabile, di un autorevole esponente del WWF Italia, Dante Caserta.

Alleghiamo il testo della  proposta di legge n. 1374

WWF:  Da IDV una proposta indecente

Il WWF ritiene vergognosa la proposta di legge dell’on. Cimadoro di Italia dei Valori dove si vogliono eliminare i reati di caccia per l’uccisione di animali appartenenti alle specie protette più rare e minacciate in Italia e in Europa, come la lontra, la lince, il cervo sardo, il camoscio d’Abruzzo, la cicogna, il fenicottero, tutte le specie di rapaci, il cavaliere d’Italia e molte altre . Questa proposta è davvero indecente, soprattutto se lanciata nell’anno della biodiversità ed in un momento in cui lo scontro tra la fazione più bieca dei cacciatori e gli ambientalisti si sta inasprendo a causa di altre proposte di legge che farebbero tornare l’Italia al medioevo venatorio.

E’ ancora più sorprendente che la proposta di eliminare le sanzioni penali per i reati di bracconaggio (ancora numerosi e gravissimi in Italia ) venga proprio da Italia dei Valori che ha fatto della legalità il proprio vessillo. Il WWF chiede ai parlamentari di Italia dei Valori che hanno presentato questa proposta l’immediato ritiro ed al Presidente Di Pietro di intervenire e sui propri parlamentari per ricondurli alla ragione ed al rispetto della legge.

Ufficio stampa WWF Italia

La risposta:

Forse non c’è bisogno di scomodare Antonio Di Pietro e i Parlamentari chiamati in causa per replicare agli infondati attacchi del WWF nei confronti dell’IdV, ma è sufficiente il sottoscritto! Questo perché, pur non conoscendo personalmente l’On. Cimadoro, ho agito semplicemente come, ritengo, avrebbero dovuto fare quelli del WWF, ovvero esaminare la proposta di legge con maggiore attenzione e, magari, allegarla, come ho fatto io, in modo che il lettore possa trarne un proprio obiettivo giudizio!

Premesso che tale proposta di legge è stata presentata il 24 giugno 2008, co-firmatari gli On. Anita di Giuseppe, Ignazio Messina, Silvana Mura, Sergio Michele Piffari e Ivan Rota, la stessa appare assolutamente migliorativa di quella, ormai vecchia, dell’11.02.1992, ad effettiva e reale tutela di quelle specie protette che il WWF menziona.

Non mi permetto di aggiungere giudizi personali (al contrario del WWF), così da non influenzare coloro che volessero leggerla per meglio approfondire e valutare.

Mi piace però ricordare al WWF che, tra gli animali da proteggere, rispettare e tutelare, forse dovrebbero inserire anche il gabbiano arcobaleno, simbolo dell’IdV, che, se attaccato anche da loro, rischierebbe, lui sì, davvero l’estinzione … ma evidentemente, in periodo di campagna elettorale, si apre un altro tipo di caccia … quella all’Italia dei Valori!!

Fabio Rosica – IdV provinciale di Pescara

La replica del WWF :

Egr. Sig. Rosica,  Lei ha perfettamente ragione. Prima di parlare bisogna esaminare la proposta di legge con maggiore attenzione. Solo che il WWF lo ha fatto, Lei sembra proprio di no.

La proposta dell’On. Cimadoro non è affatto migliorativa della legge quadro del 1992, a meno che non si sia bracconieri.

L’art. 1 della proposta di legge, infatti, abroga le lettere a), b), e), f), h) ed i) del comma 1 dell’art. 30 della legge n. 157/92

In pratica non vengono più applicate sanzioni penali per:

a) esercizio di caccia in periodo di divieto generale;

b) abbattimento, cattura o detenzione di mammiferi o uccelli compresi nell’elenco delle specie particolarmente tutelate (ci rientrano l’orso, il lupo, la foca monaca, tutti i cetacei!);

e) pratica dell’uccellaggione;

f) esercizio della caccia nei giorni di silenzio venatorio;

h) abbattimento, cattura o detenzione di specie di mammiferi o uccelli nei cui confronti la caccia non è consentita o fringuellidi in numero superiore a cinque o esercizio della caccia con mezzi vietati;

i) esercizio della caccia sparando da autoveicoli, natanti o aeromobili.

L’On. Cimadoro (che nella puntata di Porta a porta di lunedì scorso si è dimostrato più difensore dei cacciatori, di quanto lo siano i cacciatori stessi) vorrebbe così depenalizzare i reati più gravi che un cacciatore più compiere, prevedendo, al posto delle sanzioni penali, delle blande sanzioni amministrative che – come sappiamo – lasciano il tempo che trovano. Se venisse approvata la proposta dell’On. Cimadoro, i criminali che hanno ucciso l’orso Bernardo e gli altri orsi non sarebbero più perseguibili penalmente, ma – se mai fossero presi – gli si potrebbe infliggere al massimo una sanzione amministrativa da 1500 a 4000 euro! Un criminale uccidi un orso e paga solo 4000 euro (probabilmente meno di quanto costa il fucile con cui lo ha ucciso).

Questa proposta, oltre ad essere assolutamente ingiustificata dal punto di vista della tutela della fauna (patrimonio indisponibile dello Stato, e non selvaggina a disposizione dell’On. Cimadoro e dei suoi amici cacciatori), è difficilmente comprensibile proprio perché proviene da un partito che fa del rispetto delle regole e della legge uno dei suoi elementi caratterizzanti.

Quanto poi al vago accenno alle elezioni ed alla tutela del gabbiano arcobaleno dell’IDV, mi permetto di suggerirLe di impegnarsi per convincere l’On. Cimadoro a non presentare più proposte del genere, così da autotutelarsi ed assicurare quella coerenza nei comportamenti che vengono apprezzati da una parte dell’elettorato.

A disposizione per ogni ulteriore chiarimento, La ringrazio per l’attenzione e Le invio cordiali saluti.

Dante Caserta -Consigliere nazionale WWF Italia

Riceviamo e pubblichiamo la re-replica di Fabio Rosica dell’IDV scusandoci con lui per il ritardo nella pubblicazione.

Ho letto con piacere la sua replica, ma mi permetto di “insistere” e spiego anche perchè:

purtroppo (e, a volte, per fortuna, almeno quando sono ingiustificate…) in Italia alcune cause penali sono facilmente estinguibili con una semplice richiesta di oblazione, sopratutto se, come spesso accade, la parte offesa non presenta querela di parte; tale oblazione ha un costo molto inferiore rispetto ad un’eventuale condanna per una causa civile. Ecco, io credo che i parlamentari dell’IdV volessero semplicemente rendere la vita più difficile a cacciatori e bracconieri colpendoli dove probabilmente soffrirebbero di più, ovvero la “tasca”. Tra le cofirmatarie, tra l’altro, ci sono anche 2 donne, generalmente, in genere, ancor più coinvolte nel difendere gli animali; il che darebbe, a mio modesto parere, ancor maggiore peso alla buona fede della proposta!

Ritengo comunque importante, anzi fondamentale, aver avuto la possibilità di scambiare le mie idee con lei, a prescindere dal fatto che entrambi potremmo continuare a pensarla in modo diverso. Porterò le sue osservazioni a conoscenza dei referenti locali IdV (il senatore Mascitelli e l’avvocato Carlo Costantini), non appena ne avrò l’opportunità, in tal modo, se si potrà ulteriormente migliorare questa proposta (chiaramente in favore degli animali, sempre e comunque!) sulla base delle mie e delle sue idee, tanto di guadagnato, non crede?

Nel ringraziarla di nuovo per l’opportunità che mi ha dato, Le confermo che, per quanto sarà in mio potere, farò sempre in modo di difendere i diritti degli animali all’interno del mio Partito, certo che l’Italia dei Valori (a prescindere dal fatto che alcuni suoi componenti possano pensarla diversamente) debba collaborare fattivamente con il WWF, in un Paese talmente incivile dal punto di vista della tutela del patrimonio faunistico, da non essere in grado nemmeno di votare positivamente per un referendum abrogativo la caccia: entrambi amano la pace e la giustizia e poco conta se per gli umani o per gli animali, su questa Terra la priorità deve essere una sola, il rispetto per la Natura!

Attenderò sempre con immenso piacere sia le Sue critiche che le Sue eventuali proposte, di cui mi farò volentieri portavoce per l’IdV, come minimo a livello abruzzese.

Cordiali saluti

Fabio Rosica – IdV provinciale di Pescara


Approvato il decreto legislativo sui criteri di localizzazione degli impianti nucleari (AG 174), non tenendo conto dell’opposizione di gran parte delle Regioni e scegliendo di non attendere il parere della Conferenza Unificata.

E’ un pessimo segnale, soprattutto a ridosso del voto per le regionali 2010: si ribadisce infatti una linea dirigistica e contraria al principio di leale collaborazione tra amministrazioni pubbliche.

Il Decreto legislativo viene approvato dal Consiglio dei Ministri contro la quasi totalità delle Regioni (con la sola eccezione di Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia) che hanno contestato nel loro documento il mancato rispetto dei poteri concorrenti delle Regioni in materia di certificazione dei siti, autorizzazione unica degli impianti nucleari e autorizzazione unica per il deposito nazionale.

Questo va contro il Titolo V della Costituzione ed elude l’obbligo di acquisire il parere della Conferenza unificata stabilito dalla cosiddetta Delega nucleare, legge 99/2009, che all’art. 25 stabilisce che i decreti attuativi della delega siano adottati “su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, previa acquisizione del parere della Conferenza unificata e successivo parere delle Commissioni parlamentari competenti”.

La posizione del WWF Italia in prima linea contro questo anacronistico ritorno al nucleare:

- appoggia la giusta rivendicazione delle Regioni sul fatto che sia la localizzazione degli impianti che l’autorizzazione unica per il loro esercizio non possano essere effettive senza un’intesa forte con le Regioni direttamente interessate;

- ritiene che sia un paradosso che la cosiddetta Strategia Nucleare non venga compresa nella Strategia energetica nazionale (che deve considerare il mix delle fonti energetiche, comprese innanzitutto quelle alternative) che doveva essere predisposta entro il dicembre 2009, secondo quanto stabilito dal decreto 112/2008, oggi legge 133/2008;

- considera incongruo che la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del deposito delle scorie nucleari, che ad avviso dell’associazione deve essere inclusa nella Strategia Nucleare, non sia sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica (il Decreto Legislativo in questione non la prevede);

- fa notare che è contro la normativa comunitaria il fatto che la Valutazione di Impatto ambientale sui singoli progetti di impianti dia per acquisiti gli elementi oggetto della VAS su piani e programmi: si tratta, infatti, di valutazioni su scala diversa e separate, come stabilito dalla Commissione Europea nella Direttiva 2001/42/CE;

- ritiene indifendibile lo strapotere di Sogin SpA, a cui vengono affidate impropriamente secondo l’associazione (oltre alla costruzione e alla gestione del deposito delle scorie nucleari) anche la redazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del deposito (che sarebbe più naturale affidare all’Agenzia nucleare) o le trattative bilaterali con le Regioni (che invece dovrebbero essere gestite dai Ministeri competenti: prima di tutto il Ministero per lo sviluppo economico);

- considera poco trasparente e priva di ogni controllo la previsione di una campagna di propaganda a sostegno dell’attività di imprese private (il nucleare) con i soldi pubblici: questo aggiunge un’altra beffa ai danni dei contribuenti che già pagheranno i costi salati del nucleare, difficilmente realizzabile ed economicamente non conveniente, oltre che pericoloso dal punto di vista ambientale e della sicurezza nei confronti delle minacce militari e terroristiche.

Dopo il passaggio in commissione qualche giorno fa, é stata approvata dal Consiglio regionale la legge che estende la durata delle concessioni demaniali fino a vent’anni. Rapidamente e senza intralci .Bipartisan (con la sola astensione di Saia e Acerbo). Come chiesto dalla potente lobby dei balneatori.

Legge approvata nonostante gli evidenti profili di illeggittimità (pure costituzionali), rilevati non solo dalle Associazioni ma anche dall’avvocatura della Regione stessa, in un parere piuttosto articolato di cui non si è tenuto conto.

I rilievi riguardano intanto la titolarità del bene. Il demanio è di proprietà statale quindi in materia di durata delle concessioni chi ha facoltà di decidere è lo Stato; alle Regioni spetta “la titolarità delle funzioni legislative e amministrative in ordine alla utilizzazione del bene stesso” .

La Legge è poi in palese contrasto con gli articoli 43 e 81 della direttiva Europea , la Bolkestein, in tema di “Libertà di stabilimento ” e ” tutela della concorrenza”, comportando così la violazione dell’art. 117 comma 1 della Costituzione che recita testualmente: La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali” .

Non ultima l’eccezione sollevata da WWF e MareLibero (nell’audizione-farsa del 2 febbraio) riguardo la perdita da parte dei comuni della facoltà pianificatoria sul proprio territorio demaniale, perchè una volta concessa la proroga della scadenza a vent’anni, atteso che l‘adeguamento alle nuove norme scatta solo al rinnovo delle concessioni ( recente sentenza del Consiglio di Stato), le Amministrazioni si priveranno di qualsiasi strumento per assicurarsi l’adeguamento delle strutture alle nuove norme.

Lo Stato può scegliere i reattori ma poi deve consultare le regioni

di Giorgio Salvetti

Fare ricorso contro le leggi anti-nucleari di tre regioni è un diritto del governo, ma non un dovere. E non è certo il modo migliore per risolvere un conflitto inevitabile su una materia delicatissima come quella delle futuribili centrali antomiche che, c’è da giurarci, nessuno vorrà nel proprio giardino, alla faccia delle politiche di Berlusconi&soci.

Energia e ambiente, spiegano i costituzionalisti, sono temi concorrenti fra Stato centrale e regioni. La carta costituzionale dopo la riforma parzialmente federalista lascia spazio ad ambiguità e conflitti di competenze. «Spesso i confini sono molto labili, l’articolo 117 della Costituzione può dare adito a diverse interpretazioni – ribadisce il giurista Paolo Caretti – e specialmente sul tema dell’ambiente la questione è molto complicata e delicata». Alle regioni però è delegata la tutela del territorio. Se dunque la loro giurisdizione è limitata sul piano delle politiche energetiche e ambientali, spetta senza dubbio agli enti locali decidere dove e come attuare le politiche decise dalla Stato. Le regioni hanno senza dubbio il diritto di esprime un parere sulla costruzione di eventuali impianti nucleari che incidano sul proprio terreno. In questo senso lo Stato è tenuto a consultare le istituzioni locali, a partire dalla assemblea tra Stato e regioni, per poi discutere con ogni singola regione e concordare scelte così importanti come quella di costruire un impianto nucleare.

Più discutibile invece immaginare una sorta di federalismo energetico in base al quale ogni regione avrebbe il diritto di decidere in linea di principio, e in piena autonomia da Roma, quale politica energetica adottare e, adirittura, quale vietare. «Una decisione di questo tipo – spiega il costituzionalista Valerio Onida – non può che essere di competenza del governo nazionale. Ci sono anche precedenti in questo senso che mi coinvolgono». Fu proprio la Corte costituzionale presieduta da Onida ad emettere la sentenza che fece giurisdizione sull’argomento, la numero 62 del 13 gennaio 2005. La Consulta in quell’occasione accolse il ricorso del governo centrale contro Puglia, Basilicata e Campania che con leggi regionali avevano vietato la circolazione sul proprio territorio di materiale nucleare. La Corte costituzionale stabilì che questa materia è di «competenza legislativa esclusiva dello Stato, sia pure in termini che non escludono il concorso di normative delle regioni». Quella stessa sentenza però stabilì anche che le regioni avevano diritto di intervenire nel merito delle decisioni statali secondo un principio di concertazione.

In pratica una regione non potrebbe vietare in modo generico il ricorso all’energia nucleare, ma ha il diritto-dovere di intervenire e di esprimere il proprio parere una volta che a Roma venisse stabilito quale tipo di centrale costruire, dove e come costruirla.

Il ricorso presentato dal governo dunque è giuridicamente legittimo ma appare politicamente sconveniente e autoritario: può al massimo segnare un punto sul piano giuridico ma di fatto non fa che alimentare uno scontro duro e inevitabile con i territori e con i cittadini che il nucleare non lo vogliono. E su questo non c’è ricorso o Consulta che tenga. (dal Manifesto del 5 febbraio 2010)

Il 2 febbraio 2009, l’Unione Europea ha aperto nei confronti dell’Italia una procedura d’infrazione (n. 2008/4908) per il mancato adeguamento della normativa nazionale in materia di concessioni demaniali marittime ai contenuti previsti dalla “direttiva servizi“, meglio conosciuta come direttiva Bolkenstein (direttiva 123/2006/CE) che detta i principi della concorrenza nel libero mercato.

In una nota inviata al Governo nell’agosto 2009, la Commissione Europea, ha evidenziato che l’articolo 37 del nostro codice della navigazione, nel favorire il concessionario uscente, è in aperto contrasto con l’articolo 43 del trattato CE e con l’articolo 12 della “direttiva servizi” .

Quindi nell’ipotesi di pieno adeguamento del nostro ordinamento alle indicazioni di questa direttiva, le concessioni demaniali marittime, a decorrere dal prossimo anno, non potranno più essere rinnovate automaticamente, non valendo più il diritto di insistenza, ma anzi dovranno essere oggetto di un bando con procedura di evidenza pubblica alla scadenza temporale di ogni concessione.

Sotto la pressione lobbistica delle associazioni di categoria la Giunta regionale abruzzese ha prontamente  proposto un Disegno di Legge  in cui i titolari di concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative possono richiedere l’estensione della durata delle concessioni fino a un massimo di venti anni a partire dalla data di rilascio, in ragione dell’entità degli investimenti.

Afferma l’assessore al turismo Mauro Di Dalmazio: “Questo disegno di legge è l’unico strumento a disposizione della Regione per dare maggiori elementi di stabilità a tutela degli investimenti degli operatori del settore”.

Comprendiamo come il recepimento della direttiva europea possa essere un problema per gli imprenditori che hanno investito ingenti somme nell’arco di vari decenni in cui la deregulation ha regnato sovrana su tutto il litorale abruzzese (spesso in modo discutibile) ma la proposta di legge così formulata è, a nostro parere, pericolosa sia dal punto di vista urbanistico che della pubblica fruibilità del demanio marittimo.

A tale riguardo la prima forma di regolamentazione del settore si è avuta con la Legge Regionale 141/97 con la quale è stata approntata una regolamentazione urbanistica speciale (indicazione delle superfici massime, dei volumi, previsione di liberi accessi al mare etc..). Ma la sua applicazione, il Piano Demaniale Marittimo, ha visto la luce solo nel 2004, consentendo nel frattempo la prosecuzione dell’occupazione selvaggia del demanio. Poi i Comuni sono stati chiamati a redigere i loro Piani Spiaggia comunali ( tanti non lo hanno ancora fatto).

Ne consegue che ad oggi l’adeguamento dal punto di vista urbanistico è stato irrilevante in quanto le prescrizioni contenute nei Piani Spiaggia comunali possono valere per le realizzazioni già compiute solamente “al rinnovo della scadenza del titolo concessorio” (come ha stabilito anche il Consiglio di Stato nella sentenza della Sez. VI del 17.12.2007 n. 6468).

In questo contesto, l’approvazione di una norma regionale così come proposta comprometterebbe la realizzazione delle finalità dettate dai Piani, in quanto, una volta assicurato ai concessionari un permesso di durata anche ventennale, le Amministrazioni si priveranno di qualsiasi strumento per assicurarsi l’adeguamento delle strutture alle nuove norme. In sostanza non avranno facoltà di pianificare sul loro territorio (demaniale) …da qui all’eternità!

Caccia no limits

Ciò che è accaduto oggi in aula del Senato ha del vergognoso nei confronti dell’Europa, che è stata bellamente raggirata, ma soprattutto della natura e dei cittadini italiani, a cui qualcuno dovrà spiegare che la caccia e i fucili vengono prima di tutto”.

E’ la dichiarazione a caldo delle associazioni alla norma approvata in Senato che, tra le altre cose, cancella i limiti della stagione venatoria attualmente contenuti tra il 1° settembre e il 31 gennaio.

Ignorato il parere negativo del Ministero dell’Ambiente, che specificava come l’articolo peggiorava anziché risolvere la situazione di infrazione in cui l’Italia si trova sul tema caccia. Ignorato il parere negativo dell’ISPRA, l’autorità scientifica nazionale che si occupa della materia. Sono stati ignorati e anzi dimenticati i pareri negativi dati dalle Commissioni competenti della Camera e dello stesso Governo, a partire dal ministro Ronchi, che aveva già bocciato un identico emendamento nel recente passato. E tutto questo per assecondare una minoranza di cacciatori non contenti di poter cacciare cinque mesi all’anno, per giunta facendo ingresso nei terreni privati.

Il risultato è che con questo emendamento, qualora dovesse essere confermato dalla Camera, la stagione venatoria si allungherebbe ai mesi delicatissimi di febbraio e agosto, con un danno grave alla natura e l’aggravarsi del disturbo e dei rischi arrecati alle persone” confermano le associazioni- “per non parlare degli altri aspetti, solo apparentemente marginali, comportati da questa pessima norma: il carattere giuridico dato alla guida europea sulla caccia (con il rischio-certezza di un vero e proprio corto circuito tra norma e interpretazione e il caos giuridico che ne conseguirà) o l’assenza di qualsivoglia intervento sul grave problema delle deroghe di caccia alle specie protette”.

Insomma una situazione disastrosa e imbarazzante, resa persino beffarda dall’approvazione di un subemendamento presentato come “soluzione” ma che non cambia di una virgola la sostanza e la gravità della norma approvata e sul quale persino il ministro Prestigiacomo dichiara di aver subito un raggiro.   Ora si attende la discussione alla Camera.

In Abruzzo Animalisti Italiani, WWF e altre associazioni hanno organizzato per domenica 31 gennaio una passeggiata ecologica con fischietti, trombette, striscioni e bandiere per ricordare ai cacciatori ed ai loro padrini politici che la fauna è patrimonio di tutti e deve essere rispettata. La passeggiata si concluderà con un sit-in davanti all’assessorato regionale alla caccia in via Catullo n.17 a Pescara.

Le indicazioni per Domenica 31 gennaio:

-Raduno alle ore 8:30 davanti all’entrata del Vivaio del Corpo Forestale dello Stato di Collecorvino (Pe)- Per raggiungere il Vivaio:

Uscire al casello autostradale A14 Montesilvano-Pescara Nord quindi girare a destra, prendendo per Elice – Cappelle sul Tavo. Proseguire per 7,5 Km fino alla rotonda. Prendere la direzione Cappelle sul Tavo e proseguire per 1,5 Km fino al ponte. Subito dopo il ponte svoltare a sinistra fino all’entrata del Vivaio del Corpo Forestale dello Stato.

-Appuntamento preraduno per giungere insieme al punto di raduno: Ore 8.00: Autostrada A14 Uscita Pescara Nord/ Montesilvano

Si consigliano per la passeggiata abbigliamento comodo con scarponcini da trekking o stivaletti di plastica.

L’ITALIA DEI CONDONI di Paolo Berdini

Non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani, è il mantra che ripete continuamente il ministro dell’Economia. Non è proprio vero, come noto, ma è sicuramente verissimo che il centrodestra ha messo le mani sulle città. Ha già svenduto per quattro soldi il patrimonio abitativo pubblico e ora si accinge a regalare ai soliti noti caserme, edifici pubblici e perfino le spiagge. È poi verissimo che il governo ha messo le mani sull’ambiente. Con l’impegno personale profuso dallo stesso Berlusconi (sette giorni di personale campagna elettorale) per sconfiggere Renato Soru nelle recenti elezioni sarde: la posta in palio era la cancellazione del piano paesistico e quanto resta delle meravigliose coste sarde fin qui scampate dal cemento. Hanno infine messo le mani sui servizi pubblici. È di ieri la protesta dei presidi delle scuole romane che non hanno i soldi per far funzionare gli istituti e nel Veneto molte scuole sono pulite dai genitori. La sanità, come noto, è sistematicamente smantellata e affidata alle mani amiche degli Angelucci o don Verzè.

Ora la proposta di riaprire, per la quarta volta, un condono edilizio, è la più scandalosa conferma del superamento di ogni limite di legalità e decenza.

L’emendamento presentato ieri nella commissione Affari costituzionali del Senato dai due deputati campani del Pdl Vincenzo Nespoli e Carlo Sarro (e incautamente firmato dalla senatrice Incostante del Pd, che ha poi ritirato la firma) è molto chiaro, cristallino. Questo paese ha già pagato il prezzo di tre condoni. Il primo, nel 1985, ad opera dell’ormai agonizzante pentapartito, utilizzato per rendere legittimi milioni di edifici in particolare nel sud d’Italia. Il secondo nel 1994 – tempestivo biglietto da visita del primo governo Berlusconi – ha sdoganato quanto non era rientrato nei limiti temporali del primo. Il terzo, nel 2003, è servito per perpetuare il cambio di destinazione d’uso di moltissime attività commerciali nate illegalmente all’interno di capannoni industriali.

Quest’ultimo condono aveva due soli argini, sia nel limite temporale che nell’impossibilità di condonare edifici nati in spregio dei vincoli paesaggistici tutelati – come noto a tutti meno che ai due eroici senatori – dalla stessa Costituzione. L’emendamento demolisce i due argini. Si potrà condonare tutto anche nelle aree vincolate. E non è casuale che proprio ieri si sia svolto ad Ischia un corteo di abusivi per richiedere proprio di consentire il condono nelle aree vincolate. Per i voti della vandea si distrugge il paesaggio italiano.

Quello compiuto ieri è dunque l’ultimo atto contro la legalità e contro un civile modo di vivere: le città si costruiscono con le regole, non con la legge dei furbi. Il fatto che i due senatori in questione siano il primo il sindaco di Afragola e il secondo eletto nella circoscrizione di Salerno gettano infine un’ombra sinistra sulla questione. Il rischio concreto di consegnare – ieri con lo scudo fiscale e oggi con l’ennesimo condono edilizio – le chiavi del futuro del paese alla criminalità organizzata. (da  Il manifesto 28 gennaio 2010)

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